| presentazione TEATROCRAZIA |
| 2002-04-04 Questo racconto l'ho scritto nel 1974. Era una fantacronaca giornalistica datata vent'anni dopo, 24 febbraio 1994. Per noi oggi il 1994 è già passato, ma rileggendo la fantacronaca e sapendo quale realtà stiamo vivendo nel 2002 ci sono inquietanti similitudini...
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| TEATROCRAZIA scritto del 1974 |
| 2002-04-04 Oggi, 24 febbraio 1994, il mondo dello spettacolo ha vissuto una sua giornata indimenticabile: per apprezzare fino in fondo il valore dell'avvenimento occorrerà ripercorrere quella che è stata in questi ultimi decenni la storia del cinema e del teatro mondiale. Lontani anni luce i tempi in cui folle selvagge si accalcavano ai botteghini delle varie sale, ci limiteremo a ricordare come, intorno agli Anni Sessanta, prese piede presso i gruppi meno tradizionalisti la teoria del coinvolgimento dello spettatore. Era un'idea rivoluzionaria e nel giro di poco tempo divenne l'indispensabile componente di ogni avvenimento teatrale. Come reagì il pubblico? Oggi possiamo senz'altro dire: "Bene!" Certo non mancarono dissensi e proteste da parte dei soliti conservatori, ma la maggior parte del pubblico si mostrò favorevole a queste provocazioni tanto da voler approfondire, conscia dei propri limiti di teatralità attiva, la propria preparazione per affrontare il coinvolgimento con minore imbarazzo e completa padronanza della scena. Veniamo così agli Anni Settanta che videro una fioritura di scuole di mimo, gestualità teatrale, psicodramma, animazione, yoga...tutto per acquisire più disinvoltura sulla scena nel caso, sempre più frequente, di coinvolgimento. Non solo, ma fu proprio in quegli anni che il teatro uscì allo scoperto entrando nei quartieri e nei paesi, decentrò l'evento teatrale sino a renderlo un fatto quotidiano per ogni famiglia che possedesse almeno una finestra sulla strada. La grande rivoluzione era innescata e i più acuti tra coloro che lavoravano nel mondo dello spettacolo capirono che qualcosa stava cambiando quando, a cavallo tra gli Anni Settanta e Ottanta, il teatro sopravviveva in pareggio: cioè a tanti attori corrispondeva, quando andava bene, un numero pari di spettatori. Il cinema, forma di spettacolo in cui il coinvolgimento fisico si dimostrava pressochè impossibile, si insterilì progressivamente rimanendo una deprecabile abitudine di senili voyeur. Erano anni di transizione, una tale situazione non poteva durare a lungo. Gli Anni Ottanta rappresentarono un uteriore calo di presenze in sala, mentre, forte delle scuole frequentate, un numero sempre maggiore di attori e di operatori culturali (come amavano definirsi) si riversò sui palcoscenici, nelle piazze, sui prati? insomma, ovunque ci fosse la possibilità di reggersi in piedi e di mostrarsi in pubblico. Il comitato per la sovvenzione statale dei gruppi teatrali, travolto dagli eventi, si rifugiò all'estero, clandestinamente. Fu il segnale che la diga aveva ceduto. Una marea di spettacoli invase il mondo. Subito fu tolto il barbaro uso del biglietto e si regalarono rappresentazioni d'ogni sorta, a qualunque ora, in ogni luogo: ma anche questa mossa non fu sufficiente a garantire spettatori. Testimoni oculari ricordano che certe compagnie davano le loro rappresentazioni di fronte a manichini che si portavano dietro di piazza in piazza come fabbisogno scena: altre, con minori possibilità, erano costrette a rappresentazioni frontali e contemporanee, accontentandosi delle occhiate distratte che le comparse del gruppo rivale lanciavano di tanto in tanto verso il loro spettacolo. Questa formula di rappresentazione frontale e contemporanea venne chiamata "laboratorio" o anche "seminario di studio". E' evidente come, con la rarità, crescesse il merito e la fama di quelle poche persone che, senza nessuna velleità teatrale, decidevano di rimanere spettatori. Fare lo spettatore divenne una professione che vide i propri cachet salire vertiginosamente nel giro di pochissimi anni e che costrinse i pochi rimasti a tournée massacranti da uno spettacolo all'altro, senza neppure l'intervallo dei viaggi dal momento che anche su aerei, treni e autobus entravano in funzione gruppi di animazione a tempo pieno. Nacque così il divismo! Si racconta di un californiano in grado di seguire contemporaneamente due spettacoli teatrali, quattro gruppi di animazione gestuale e tre commedie classiche mediante un sofisticato impianto di nove monitor a canali variabili, tutto questo per due volte al giorno, tre nei giorni festivi. La straordinaria esibizione richiedeva, però, un'attrezzatura non trasportabile, costosa, realizzabile solo in paesi ad alta tecnologia. Da noi grande fama hanno acquistato spettatori strabici con effetto di attenzione su due fronti e si racconta di un artista napoletano in grado di mantenere l'occhio sinistro in funzione anche durante il sonno, permettendo, così, un'esibizione non-stop, ventiquattro ore su ventiquattro, di tutta una serie di compagnie teatrali dalle pretese modeste. Riassunto brevemente il quadro teatrale di questi ultimi trent'anni, veniamo ora alla straordinaria serata dell'altro ieri dove, in occasione del Primo Festival Universale dello Spettacolo, erano stati radunati in una sola sala la bellezza di tre spettatori di fama mondiale. Un avvenimento senza precedenti che ha commosso la gran folla di attori presenti sulla scena tra cui, naturalmente, chi scrive, il quale, in abito da antico saraceno, come comparsa di ottava fila è stato felice interprete di una serata destinata a rimanere nella storia. La bellezza di quei sei occhi fissi, attenti, concentrati sulle nostre anonime masse teatrali ha toccato istanti di vera commozione. Al termine, dopo ripetuti bis richiesti ai tre sublimi spettatori rimasti generosamente ai loro posti, eravamo tutti in strada, ancora con gli abiti di scena, per salutarli, vederli andare via. Qualche fanatico ha chiesto loro ancora uno sguardo per una capriola o un acuto. Sono scomparsi nella notte lasciando in tutti noi teatranti il meraviglioso ricordo di sei occhi attenti in platea.
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| dai giornali di oggi |
| 2002-04-04 Arbore in copertina di SETTE dichiara di non voler tornare in TV perchè "Rappresenta l'Italia che non amo, quella dove si ride contro e non assieme agli altri..." E se il problema fosse proprio che oggi si ridicolizzano i personaggi TV perchè non li si stima più? Come diceva sempre Arbore: meditate gente, meditate.
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| an italian night |
| 2002-04-05 Ecco la cronaca della serata italiana organizzata da Debbie Slater il 18 gennaio 2002 ITALIAN NIGHT ST MARGARET'S HALL ? JANUARY 18 2002 ... What a swell party it was! Tickets had sold out by the morning of the event. The films were made up on their reels and set to go. Six o'clock ? and the committee was arriving in force at St Margaret's Hall with wine, bread and cheese. Tables were arranged on both sides of the hall to cope with the rush for food and drink at the interval. Within minutes the gaily coloured tablecloths set the scene for a truly enjoyable evening. Seven o'clock ? and the audience started to arrive. Loaves of focaccia were baking in the oven, ciabatta was sliced, spread with dolcelatte and being decorated with tomatoes and olives. After a glass or two of Valpolicella, the audience took their seats ready for the show. Debbie Slater introduced the first half of the programme with a brief history of Italian Cinema and Neorealism, the context for Fellini's La Strada. The lights dimmed, the projector rolled and Zampano began to negotiate the purchase of Gelsomina from her mother ... An hour and a half later ? "Fine" appeared on the screen and the audience sat stunned at the magic of Fellini's masterpiece. But not for long. The committee was already in place to serve wine and watch in amazement as plates full of food disappeared in a matter of moments! Ten o'clock ? Debbie headed to the front of the hall to introduce Luna e l'altra (click: http://freespace.virgin.net/debbie.slater/ShortCuts/luna.htm for the text). Cynthia had already recounted how difficult it had been to track down an English subtitled print. We would not have succeeded without the assistance of Maurizio Nichetti, the director, and he sent his own message to the audience, explaining how the films were linked through the Medini family circus. The audience were suitably warned to look out for the camel! Eleven thirty ? and the audience burst into applause at the end of a magnificent evening. Their congratulations as they left were unnecessary: the smiles on their faces said it all. This had been a rare and wonderful event for our members and their guests. The challenge remains to match such an event. As one newcomer to BOAFS asked, "Do you do this sort of show every evening?" Chris Jennison
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| incontro Jacques TATI nel 1979 |
| 2002-04-09 INTERVENTO DI MAURIZIO NICHETTI ad un convegno sul cinema di Jacques Tati tenutosi a Udine nel marzo 2001 /// NB: Prima dell'intervento di Nichetti è stata letta una lettera della figlia di Tati che terminava con un apprezzamento per il lavoro di Nichetti./ Si riferiva, a sorpresa, ad un incontro che Nichetti aveva avuto con Jacques Tati, nella sua casa parigina, in presenza della figlia. Nichetti inizia a parlare quando si spengono gli applausi alla lettura della lettera.//// NICHETTI: Ma io ringrazio voi, ringrazio la figlia di Tati, che con questa frase inaspettata mi ha riportato alla mente ricordi comuni. Io sono qui oggi proprio in virtù di questo ricordo e per la voglia di testimoniarlo di fronte ad una platea di amanti del cinema di Tati. Questa mattina arrivando un po' trafelato, un po' in ritardo, in una settimana per me molto impegnativa a causa della promozione di un mio film, ho trovato questa lettera nel dossier che mi hanno consegnato e mi ha fatto molto piacere leggerla, perché mi ha fatto capire che il ricordo che ho di quella giornata, di quell'incontro è un ricordo che condivido con la figlia di Tati, a distanza di 20 anni. Sono ormai passati 20 anni, e io, Tati, non l'ho frequentato molto, l'ho visto solo in quell'occasione... Avrei voluto arrivare ieri e poter sentire tutto il convegno, perché sentire parlare delle persone amanti del cinema di Tati, in modo così approfondito, riflettere sulla serietà e l'importanza del suo lavoro fa sempre molto piacere. Di solito i comici vengono pesati e giudicati secondo il numero di risate che suscitano, si dice "Quel film lì fa meno ridere. Quello fa più ridere..." mentre, invece, i comici fanno questo mestiere anche per delle esigenze qualitative, non solo quantitative. Un film non va mai solo considerato in funzione della quantità di risate che ti fa fare, ma anche, e forse soprattutto, dalla qualità delle risate che procura.// Questo, di solito, si scopre a posteriori. Lo scoprono i convegni a cose fatte. Oggi è chiaro che gente come Tati, Jerry Lewis, come Stan Laurel e Oliver Hardy, Keaton e Chaplin, che sono stati studiati in modo più approfondito, hanno inventato una grande fetta di cinema, sia dal punto di vista linguistico che tecnologico. Oggi sentendo le novità tecniche che Tati aveva inserito di volta in volta nei suoi film - sempre curioso del nuovo, ma anche sempre fedele al suo Hulot - penso a cosa sarebbe successo con Tati attivo oggi. Perché oggi stiamo vivendo ulteriori rivoluzioni tecnologiche e stranamente, non so se è un caso, ma ancora una volta, chi sperimenta il nuovo, lo sperimenta sempre in campo comico. Poi starà al futuro dimostrare se il digitale e se un certo tipo d'uso del digitale avrà un futuro nella storia del cinema, ma senz'altro oggi io sono affascinato da queste nuove potenzialità, e non a caso, nel film che uscirà il 9 marzo, "Honolulu Baby", ho cercato di sperimentare nuove tecniche di lavorazione.// Proviamo a chiederci: "Ma come mai, questa curiosità ce l'ha sempre un comico e non un autore drammatico, ce l'ha chi vuole suscitare una risata, raccontare un sogno e non chi finge di rappresentare oggettivamente la realtà?" Forse è proprio qui il problema, il problema di Tati, di Lewis, che aveva inventato il Vidicom, cioè la telecamera applicata alla cinepresa per controllare se stesso quando recitava. Ecco, forse noi cerchiamo sempre nella tecnologia, qualcosa che possa in qualche modo rendere un po' onirico il nostro racconto. Il comico non è mai uno che documenta la realtà in modo realistico, è uno che parla della realtà attraverso un proprio filtro di sensibilità e sentimento. Nello stesso tempo, dopo un processo di appropriazione molto personale della realtà, dobbiamo ammettere che quella così rappresentata è la realtà che dura più a lungo nel tempo: se io, oggi, voglio vedere come viveva l'americano medio negli anni 20 e 30, vado a guardare Stanlio e Ollio, non vado a guardare i film drammatici dell'epoca. Perché nei film di Stanlio e Ollio, con tutta la loro follia ed esagerazione, è rappresentato esattamente il modo di vita del piccolo borghese americano del tempo. I film di Tati, con tutta la loro stilizzazione, invenzione, fantasia, assolutamente fuori da canoni realistici, raccontano però le ansie e angosce dell'uomo degli anni 50-60, a contatto con una tecnologia, una modernità che lo trovava assolutamente spiazzato, per cui, se io voglio provare un'emozione da cittadino degli anni 50 o 60, vado a vedere un film di Tati, e ritrovo meglio queste emozioni che mi arrivano in modo molto preciso, attraverso il suo sogno, la sua stilizzazione, che si realizzava anche grazie all'uso di nuove tecnologie, nuovi sistemi di ripresa, a Tati non bastava la realtà, la tradizione del mestiere, cercava sempre in modo nuovo di emozionarci con osservazioni e sentimenti eterni.// Quando si parla di questi autori, di questi comici, a me piace ricordare una definizione che una volta un critico canadese aveva detto guardando un mio film: "I suoi film appartengono tutti allo stesso genere: il neorealismo fantastico". Allora di colpo non mi sono sentito solo, perché anche Tati, faceva del neorealismo fantastico, Stanlio e Ollio facevano del neorealismo fantastico, Buñuel faceva neorealismo fantastico, Fellini pure... Gli autori di un certo cinema parlano della vita di tutti i giorni, ma sentono il bisogno di parlarne in modo diverso, in modo personale. Poi c'è chi fa ridere, chi vuole emozionare, chi racconta il proprio vissuto, però comunque non possono limitarsi a rappresentare la realtà come in una fiction televisiva. E questo, finalmente , in epoca di fiction televisiva, invadente, esagerata, in overdose continua, è una boccata d'ossigeno. Per tutti questi motivi che, forse, ho capito dopo, io ho sempre amato il cinema di Tati, indipendentemente dal fatto che fosse un cinema muto, e io venivo da un'esperienza mimica di cartone animato, quindi un'esperienza che era vicina alla gag visuale. Indipendentemente dal fatto che il mio primo film "Ratataplan" fosse muto , quindi tutti mi dicevano "Ah, tu hai copiato, insomma, ti sei rifatto al cinema di Tati". Io non mi sono rifatto al cinema di Tati, ho solo cercato di fare cinema attraverso le immagini più che attraverso le parole. Per cui mi sono ritrovato ad usare una situazione visiva su un personaggio che era un disegno, un'icona precisa, come un'icona precisa sono stati Tati, Buster Keaton, Chaplin... perché chi fa questo mestiere, rappresentando se stesso, cerca di declinarsi all'interno delle angosce del proprio tempo./// Allora, per stringere, perché qui, a quest'ora, sul finale del convegno, abbiamo l'adrenalina a mille... io sono venuto perché ho un ricordo di Tati molto affettuoso. Quando sono entrato in sala, stava parlando la signora che era assistente di Tati [Marie-France Siegler], è ovvio che abbia una vita di aneddoti. Io ne ho uno solo, perché ho incontrato Tati una volta sola, però sono quegli aneddoti che segnano una vita. E proprio perché l'ho vissuto così intensamente, a sorpresa, in modo particolare, penso possa valer la pena, in questo convegno, ricordarlo.//// Era il 1979 ed avevo fatto "Ratataplan", il mio primo film. L'avevo girato in 16 mm con cinque amici, cinque settimane,..., un film molto povero, molto piccolo, che però era arrivato in un momento sociale e politico che lo favoriva. Uscivamo dagli anni 70, era finito il momento della grande contestazione, c'era il riflusso, erano scoppiate le scuole di mimo, i giovani volevano riscoprire la clownerie,...Io sono stato fortunato, perché nella vita un po? si deve essere bravi, ma serve anche essere fortunati. "Ratataplan" era un film giusto per la fine degli anni 70 in Italia. Era stato a Venezia, aveva avuto un grande successo in Italia, campione d'incassi,... un successo inaspettato per tutti, per me per primo, ma anche per il mondo del cinema, per i giornalisti, i critici, per tutti quelli che non avrebbero mai immaginato che un piccolo film muto potesse battere l'ultimo 007. Ricordo che in quegli anni uscivano contemporaneamente un nuovo 007 e "La luna" di Bertolucci, film famosissimi, molto attesi e il mio piccolo "Ratataplan" li aveva battuti tutti. In questo contesto un giornalista francese, un professore della Sorbona, studioso di cinema italiano, Christian Depuyper. mi dice "Io sarei contento di mostrare "Ratataplan" ai miei studenti della Sorbona, se vieni ti presento ai ragazzi dell'Università". Io stavo vivendo un sogno, perché da poco più di un mese ero entrato in un'altra vita. Un mese prima ero uno che non aveva mai fatto niente, e che con degli amici aveva fatto un filmetto in 16 mm, un mese dopo ero su tutti i giornali. Ero diventato una delle realtà commerciali più promettenti del cinema italiano. Per cui vivevo un sogno. Quindi vado a Parigi a fare la proiezione alla Sorbona, Depuyper mi viene a prendere con la sua macchina e mi dice "facciamo una deviazione perché Tati mi ha detto che è libero, io gli ho chiesto se voleva venire a vedere un film muto,...sai lo conosco..." Io al momento non ho capito subito che stavamo andando a prendere Tati,... "ah, bene, tati viene...", mi sembravano parole strane...ero frastornato dalla situazione. Depuyper era molto emozionato, continuava a ripetermi "viene Tati è incredibile! Sai lui è uno che non parla con nessuno, non vede mai nessuno, è molto riservato, sta in casa, non fa vita mondana. Quindi se ha detto che viene...viene davvero!". Sotto casa io aspetto in macchina, tranquillo, come può essere tranquillo uno che si ritrova a Parigi per presentare un suo film alla Sorbona... Depuyper mi sembrava troppo agitato. Tati scende, io mi ero già seduto dietro, perché era solo da un mese che facevo questo mestiere, per cui ero ancora molto timido... Beh, come adesso, ma allora era anche peggio!// Tati entra in auto tranquillo, grande, si siede davanti, mi saluta appena, per un attimo ho avuto la sensazione di essere trasparente. Non è che mi abbia fatto grandi feste, d'altronde, pensavo, chi ero io? nessuno, solo un ragazzo italiano che aveva fatto un filmetto con degli amici. Lui è entrato dentro e ha parlato col professore per tutto il tragitto, in francese veloce... Io cercavo di capire il più possibile, un'impresa difficile, ma la conversazione, più o meno, era di questo tono: "Come va?", "Va male", "Ma com'è la situazione?", "Ah, il cinema è finito, il cinema muto è finito peggio degli altri". "Oggi non si possono più fare film muti...". Era veramente sfiduciato.// Io non mi aspettavo grande calore, Depuyper mi aveva avvertito sul carattere di Tati, però stavamo andando a vedere un film muto, fare il necrologio del cinema muto non mi sembrava di buon auspicio! Sentire Tati dire queste cose, era un po' una delusione...., In Italia avevo avuto successo, pensavo,...oggi capisco meglio il senso delle sue parole. La vita di un autore non è fatta solo di momenti felici. C'è il film che va bene, quello che va peggio, il momento in cui uno è di moda, e quello in cui uno è meno di moda di altri. Per cui subentra un po' di depressione, un po' di scoramento, un po' di pessimismo che prima o poi piglia tutti. Nel 79 Tati era in pieno pessimismo cinematografico, dal suo punto di vista. Siamo arrivati alla Sorbona e durante tutto il viaggio pensavo: Se è finito il cinema muto, io sono arrivato tardi, perché se questo dice che è morto,...e questo è Tati, non si discute... mi stavo intristendo anch'io per contagio, quando lo vedo scendere dall'auto. Lo guardo bene per la prima volta, in piedi, in mezzo alla strada, in mezzo al traffico! Scendo anch'io dall'auto ed entro in un film di Tati. Davanti a me Hulot sta attraversando la strada, si ferma a metà, comincia ad evitare le macchine come un torero, fa una veronica. Come nei film, come nella vita, serio, impassibile, divertente, tragicamente comico nella difficoltà dell'attraversamento. Questo è un ricordo per me molto tenero, perché anch'io poi mi sono sentito dire molte volte: "Sembri proprio in uno dei tuoi film". Non è che sembriamo come i film, noi siamo così. Tati non stava recitando per me, era il suo modo di essere, molto serio, scontroso, poco espansivo. Però se attraversava una strada non lo faceva in modo sofferente, cercava di farlo leggero, facendo capire a chi lo guardava che comunque era una rogna per uno vivere in una città dove c'erano tutte queste macchine, dove attraversare una strada era un problema. Dove bisognava essere un po' torero per arrivare dall'altra parte. E lo diceva con un sorriso e una leggerezza che avevano cancellato in un secondo tutto il pessimismo appena espresso a parole in auto sulle sorti del cinema mondiale./// Arriviamo alla Sorbona, finalmente ci parliamo, parliamo... insomma, io stavo zitto. E lui mi ha ribadito il concetto: "Lei è giovane, il film non l'ho ancora visto, sono venuto, perché Christian ha insistito tanto, poi ho sentito che in Italia va bene, però non si faccia illusioni, perché qui ormai è finita per chi fa questo genere di cinema. Non ce n'è più per nessuno." Entriamo, lui si siede in fondo, in ultima fila. E io ovviamente lo tengo d'occhio. Cominciano a proiettare "Ratataplan" e io volevo vedere se rideva, cosa faceva. L'aula magna era piena, 1.000, 1.500 ragazzi. Questi iniziano a ridere, e più ridono e più io guardo Tati, impassibile. Lui era lì impassibile e io pensavo: "e diceva che oggi non si ride più per le gag mute!". Cercavo di cogliere un suo sorriso... e così passa buona parte della proiezione.// Poi per un po' non l'ho più guardato, mi sono anche dimenticato. Oggi so, per esperienza personale che chi fa questo mestiere difficilmente si lascia andare alla risata. Io posso vedere una cosa che mi diverte moltissimo ma sto talmente attento ai particolari tecnici, che sembro impietrito e non vuol dire che non mi stia divertendo....anzi! Dopo un po' quindi, non l'ho più guardato./// Il film finisce, applausi, saluti, si accendono le luci e a quel punto mi giro a vedere se Tati stava applaudendo. Sedia vuota. Tati non c'è più. Ci sono rimasto male, almeno mi sarebbe piaciuto salutarlo. Anche se il film non gli fosse piaciuto, peccato. Mi è sparito. I ragazzi si sono divertiti tantissimo, siamo stati lì a parlare per due ore. Christian Depuyper mi ha detto: "Sai Tati ha voluto scappare perché ha visto in sala una troupe della RAI...". Apro una parentesi, qui viene fuori un altro aneddoto, interessante, Tati era incappato in un problema con cui avrebbero dovuto fare i conti tutti i comici ai nostri giorni: la televisione! Tati era venuto una volta in Italia ospite di una trasmissione televisiva del Sabato sera e aveva fatto due suoi classici: il portiere e la partita di tennis. Li aveva fatti così, come lui sapeva fare, come aveva attraversato la strada davanti alla Sorbona... La RAI l'aveva registrata e poi l'ha mandata in onda per dieci anni, ogni volta che si parlava di Tati. Ogni volta facevano vedere il portiere e la partita di tennis. Per cui, non solo dopo non l'hanno più invitato a nessun'altra trasmissione, ma ogni volta che facevano vedere Tati, facevano vedere la partita di tennis e il portiere. Come non avesse fatto altro! E lui era furioso per questa cosa. Per cui, siccome alla Sorbona la sede francese della RAI aveva mandato una troupe, era sparito perché non voleva neppure per sbaglio, essere intervistato. Aveva giurato che alla televisione italiana non avrebbe dato più un fotogramma della sua vita./ Chiusa parentesi./// Torno in albergo e trovo un bigliettino di Tati che mi invita a casa sua per un tè. Christian Depuyper era emozionato, incredulo "Questa cosa qua non è mai successa. Se Tati ti invita a casa sua vuol dire che il film gli è piaciuto. Vai tu da solo, a me non ha detto niente." E così eccomi lì, a casa di Tati, con sua figlia che ci ha preparato un tè... Lo ricordo come una persona molto seria, molto compassata, molto razionale. Quest'uomo, a casa sua, nel suo privato, tutto sembrava tranne che un comico. Vi dico questo, basandomi solo sulle impressioni di quest'unico incontro. Qui c'è gente che lo conosceva molto meglio di me, più di me, che lo ha frequentato per tutta una vita. Ma io, quel giorno, ho avuto l'impressione di una persona serissima, dignitosissima, e anche un po' scoraggiata, delusa per gli ultimi risultati del suo lavoro. Durante quel tè a casa sua fu, però, estremamente gentile, contento d?aver visto non tanto un bel film quanto dei giovani che ridevano ad un film muto. Questo mi è sembrato. Rispetto al giorno prima mi sembrava più giovane, aveva constatato che il cinema muto non era morto, probabilmente era morto un certo tipo di cinema, di tematica, capita anche a me oggi, di non essere sempre in sintonia con generazioni diverse dalla mia. Io potevo essere giovane 20 anni fa. Oggi sono un po' più maturo, non troppo vecchio, eh!.... E' chiaro che ognuno di noi appartiene alla sua generazione. Però RATATAPLAN era arrivato agli studenti, avevavo riso. A questo punto io, ringalluzzito dal fatto che ormai ci si conosceva da due giorni, alla fine del tè, mi sono fatto coraggio e ho azzardato coraggiosamente la domanda: "Ma il mio film le è piaciuto?"// Da due giorni me lo chiedevo. Prima lui era restato immobile in ultima fila. Poi era sparito, mi aveva invitato a casa, avevamo parlato d'altro. Ero curioso. Allora lui, con quella sua voce grave, era uno che pesava le parole, non era uno che parlava veloce, ad un certo punto mi dice: "Tu hai delle belle gambe!" Io ho le gambe corte, un po" muscolose. Belle, non era il termine giusto. Forse il mio malandato francese m'aveva tradito... "forse non ho capito". Mi sono fatto coraggio e ho confessato: "Non ho capito niente! Ma che cosa significa?" E lui paziente: "Quando vado al cinema e vedo un comico, non lo guardo mai negli occhi, non gli guardo la faccia, gli guardo le gambe, perché se le gambe si muovono è un comico di cinema, se le gambe restano ferme è un comico di televisione".// Questo mi ha aperto un mondo. Ho capito la differenza tra un comico di televisione e uno di cinema. Nella sua semplicità, questo è il grandissimo insegnamento che Tati mi ha lasciato quel giorno. Da quel momento ci siamo sciolti, abbiamo parlato del film. Gli era piaciuto. Mi ha fatto vedere che aveva una sceneggiatura pronta che gli sarebbe piaciuto fare assieme. Poi purtroppo le cose sono andate come sono andate. Mi sembra sia mancato poco tempo dopo. Uno o due anni dopo. L'anno esatto non lo ricordo./// Forse è giusto che le sue sceneggiature rimanessero nei suoi cassetti. Non si può fare un film di Tati. Non è giusto prendere un'idea che aveva in mente per farla in un certo modo, pensare di poterla girare. Per cui sono stato contento che lui me ne abbia parlato, che mi abbia fatto capire che me l'avrebbe data volentieri. Era più di un semplice complimento per quello che aveva visto. Mi considerava un comico di cinema, uno di quelli che muovono le gambe!/// La figlia era lì, ci serviva il tè. Ci siamo fatti due risate. Io poi sono tornato in albergo./// Venendo qui oggi, e trovando quel biglietto leggendolo ho capito che quel giorno è accaduto qualcosa che non ricordavo solo io. Per me era naturale averlo impresso nella memoria, ma il fatto che lo ricordasse anche la figlia, mi ha fatto molto piacere. Volevo dirvelo con tutto l'entusiasmo con cui l'ho vissuto e con cui chi fa questo mestiere vive certi momenti. Forse è perché viviamo questi momenti in modo così leggero e profondo che poi nei film riusciamo a fare qualcosa di comico, qualcosa che resta. E' bello vivere di piccoli momenti, piccole osservazioni, piccole emozioni che ti restano dentro. I film di Tati sono belli anche per questo. Ti fanno partecipare ai suoi pensieri, alle sue osservazioni, ai suoi sentimenti. E' giusto che gli spettatori li prendano con la stessa leggerezza con cui un comico dovrebbe essere preso, anche nella sua profondità./// Grazie./// Maurizio Nichetti, Udine marzo 2001
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| CIAO AMERICA un film di Frank Ciotta. |
| 2002-04-16 Il film d'esordio del regista americano Frank Ciota, con Violante Placido, Maurizio Nichetti, Giancarlo Giannini e Paul Sorvino, è stato presentato in anteprima a Ferrara, città in cui è stato girato nell'autunno del 2000. Il film uscirà nelle sale americane il prossimo mese di ottobre. Ecco la cronaca della serata ferrarese, nelle parole di un giornalista che vi aveva partecipatop anche come comparsa. ///// Anteprima di successo per il film 'Ciao America' In sala tanti attori e il bavo Maurizio Nichetti di Dario Cavaliere FERRARA. Ma che cosa ci sono stato a fare 15 giorni al Motovelodromo? Nemmeno mia madre mi riconoscerebbe in quelle fugaci apparizioni! Questa la mia prima, spontanea, considerazione alla fine della proiezione tenutasi al Cinema Rivoli del film "Ciao America", mentre un lunghissimo, spontaneo applauso accompagna lo scorrere dei titoli di coda. Il film ferrarese dei fratelli Frank e Joe Ciota girato nell'autunno del 2000, ha avuto così la sua vernice nazionale in attesa di tornarvi in distribuzione in autunno, davanti ad una sala gremita alla presenza di quasi tutti gli interpreti principali dentro e fuori dal set, nonchè quelli ferraresi, con la squadra delle Aquile in primo piano.// Considerazioni personali relative al mio ruolo di comparsa a parte, blocchiamo subito i detrattori: è un bel film, con una bella storia (indovinati i flash back con il racconto del nonno) che suscita la risata e la lacrima, frutto di un mix vincente fra sport, amore e commedia, con un superbo Maurizio Nichetti alias Giulio Fellini (nei panni di un riconoscibilissimo Giulio Felloni ed entrambi presenti in sala) a farla da padrone in questo senso. La fotografia poi è decisamente di qualità e mette in risalto Ferrara forse come non mai in un film. E bravi anche gli attori da Eddy Malavarca nel ruolo di Lorenzo a Nathaniel Marston (Skip), Anthony De Sando (Franco Mantovani), Paolo Lovino (un somigliantissimo Guio), Violante Placido, Paolo Napizia, Marco Masina, Vincenzo DAmato, Umberto Sanchini. E poi i ruoli brevi ma intensi di Paul Sorvino e Giancarlo Giannini. Qualche critico dal palato fine potrà non aver gradito alcune gags o situazioni, ma va anche ricordato che per ora il film è destinato al mercato americano dove partirà in autunno con la prestigiosa distribuzione della Mavex (Paramount, per intenderci) e dov'è stato accolto positivamente nei test con pubblico sostenuti in New Jersey. Con qualche aggiustamento di montaggio in stile Italiano potrà far bene anche da noi. L'amore di Joe Ciota, autore della sceneggiatura, per la nostra città, per il football americano entro cui scorre tutto il film, si palpa ad ogni immagine, segno che la sua parentesi nostrana come allenatore delle Aquile nei primi anni ' 80 ha lasciato un segno profondo entro il quale si è inserita la regia di Frank, al primo film di rilievo. Entrambi sono contenti ed emozionati; la reazione di Ferrara al loro prodotto era importante e quando alle 21.55 Frank ha preso la parola prima della proiezione il grazie che ha proferito era pieno di emozione. "E un sogno che per me mio fratello va a realizzarsi", ha aggiunto. Frastornati, invece, ma più sciolti a fine proiezione. "Il film è molto fedele ai personaggi della realtà che io ho vissuto qui - dice Joe - e a quello che avevo pensato scrivendo la sceneggiatura". "E' vero - aggiunge Frank - lo spirito di Ferrara e degli attori si è trasformato nelle persone e a volte mi sembrava di girare un documentario". Sedere a tavola con Maurizio Nichetti e Giulio Felloni invece è imbarazzante; la somiglianza nel film è stupefacente ed anche Nichetti è divertito del fatto. Il film è piaciuto ad entrambi. "Joe e Frank - dice Nichetti - sono stati bravi a identificare i 3 elementi importanti della storia, io poi non faccio testo. E invece - si inserisce Frank - la presenza di Maurizio è stata determinante anche come consigliere. E' una persona ironica, con un cuore grande e lo spirito giusto per questo film".
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| La prima volta... |
| 2002-04-20 ****La prima volta...**** "Uno, due, tre, quattro...."//// La prima volta non si dimentica tanto facilmente./ Avrò avuto sette, massimo otto anni! Lei una mia coetanea, nel vero senso della parola: nata lo stesso giorno dello stesso anno, cinque ore prima... Il fatto fosse più anziana di me mi disturbava, ma non ci ha impedito di fidanzarci!// Dopo sei mesi di rapporto ufficializzato, è accaduto quello che doveva accadere. / Un pomeriggio di sole, i soliti giochi, poi, all'improvviso, soli, per strada, nascosti dietro un grosso camion, mentre un nostro amico, abbracciato a un palo della luce, contava ad alta voce: "...dieci, undici, dodici..." /// Mi ha dato un bacio su una guancia! I miei capelli sono stati risucchiati verso il cielo, il camion è diventato all'improvviso di vetro trasparente, ho abbassato istintivamente lo sguardo, avevo le scarpe slacciate... eppure ero sicuro di avere appena fatto un nodo doppio ad ogni stringa! "...diciotto, diciannove, venti..." /// L'amico continuava a urlare. Lei sorrideva felice del coraggio dimostrato: "Ti manca un bottone..." sono state le sue prime parole. Mi tocco, è vero, sulla camicia, all'altezza del cuore mi è sparito un bottone...dev'essere stato aspirato dall'extrasistole sismica che mi è scoppiata dentro per riattivare il battito cardiaco. "Ventinove, trenta e trentuno... chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro!" /// Lei era già sparita, io sono rimasto nascosto dietro il camion trasparente tutto il pomeriggio./ Poi, crescendo, mi hanno spiegato che ci sono altri modi per fare l'amore, che un bacio sulla guancia non vale, ma io continuo a credere che quando si sciolgono i doppi nodi delle stringhe, vale!
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| pubblicità! |
| 2002-04-21 C'è stata una pubblicità che mi ha colpito, quest'anno. Una foto a tutta pagina dell'Onorevole Giulio Andreotti sorpreso con le mani nel gongorzola! Il personaggio non è uno spiritoso DeeJay di belle speranze, né un prolisso conduttore televisivo. E' un politico italiano con alcuni processi a carico, almeno uno ancora in corso. La pubblicità lo ha colto in fallo, con sottile umorismo, mentre mangia del gongorzola. C'è dell'ironia tra l'accusa contenuta nello slogan e la banalità del reato. Andreotti è mostrato come un brav'uomo goloso di formaggio che non fa male a nessuno. Tenendo conto che i responsabili delle campagne pubblicitarie non sposano mai un testimonial senza prima avere verificato la sua credibilità presso il pubblico, l'Onorevole Giulio Andreotti dev'essere risultato attendibile, onesto, sincero altrimenti non gli avrebbero affidato le sorti del gongorzola! // Bisogna ritenere quindi che le sue traversie giudiziarie non hanno minimamente scalfito la sua immagine presso il grande pubblico che, evidentemente, considera i processi che ha subito tutti errori giudiziari o, quantomeno, ingiuste persecuzioni. Andreotti non è il solo italiano rimasto immacolato dopo pesanti accuse non confermate, così come in carcere ci sono persone che molti considerano innocenti, intellettuali condannati che tengono rubriche settimanali sui giornali di opinione. Di fronte a questa realtà è evidente che lavorare per la credibilità dei giudici e dei processi in Italia non è solo necessario, ma indispensabile. I giovani, per tornare a credere nella giustizia, devono vedere finire i processi con delle condanne certe o con delle assoluzioni altrettanto chiare. Devono sapere che la giustizia è davvero uguale per tutti, al di sopra di interessi di parte o interpretazioni soggettive. Devono convincersi che l'onestà paga, fa vivere meglio e aiuta la collettività./// Un'ultima considerazione: perché l'Onorevole Andreotti ha accettato quella pagina pubblicitaria? Non per soldi certo, non per aumentare la sua popolarità ormai quasi secolare, non per crearsi un futuro nel mondo dello spettacolo, né per vantarsene con gli amici. Speriamo non l'abbia fatto per ridicolizzare quanti lo hanno accusato, per minimizzare le sue colpe, anche solo a livello subliminale.// Sarebbe un uso improprio del gongorzola!
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| perchè lavoro a Milano? |
| 2002-04-21 Milano, un po' amara da bere.../ o Milano d'amare la sera, al mattino, di corsa,/ in giornate di freddo pungente, di sole imprevisto, di cieli coperti,/ di strade ripiene di cose da fare.// Milano di povera gente che corre nel niente, che sale, che scende, che rientra la sera in una casa a ringhiera./ Milano che studia, che lotta, che sbotta./// Sono nato a Milano, che strano.../ con tutti i paesi, i monti e le valli, m'è toccata Milano con i suoi affanni,/ le nebbie, le stragi, la vita che corre...// la torre del Parco che c'è, ma non serve./ La piazza del Duomo dove ogni uomo ci passa, si perde, ritorna e ritrova la strada perduta./ Milano caduta, risorta, contorta./ Milano che conta e riconta./ Milano che sfila per strada e alla Fiera. Milano la sera./// Milano col cuore in mano, mani pulite, gente mite e gente aggressiva che grida, che compra, che vende. / Milano che spende / che vive, lavora, s'ignora. / Milano di tutti di gente che arriva, che piange, che ride, che spera e riparte. // Milano dell'arte / che canta, che scrive, rivive Brera com'era una sera. /// I bambini ai giardini a cercare un respiro,/ l'Idroscalo per fingere il mare / e tutti a San Siro a gridare, a sognare, a strafare./// Milano esasperata./ Milano che strega,/ che lega, anche troppo./// Perchè lavoro a Milano? / Lavorare altrove mi sembrerebbe strano.
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| intervento al convegno di AssoComunicazione. 1 giugno 2002 |
| 2002-05-29 "...e il cinema è libero?" tra libertà creativa e censura./// relatore MAURIZIO NICHETTI/// "...e li cinema è libero?" bella domanda, non è un titolo facile da cui partire: "libertà creativa e censura."// Tutte le persone che lavorano in un campo creativo, che lavorano sulle idee, prima o poi si sono scontrate con questo problema. Va bene l'idea, ma l'idea è libera di esprimersi? Come nasce? Chi si oppone a un'idea? Chi cerca di condizionarla?// Io parlo del cinema, ma in questi giorni si parla molto anche di libertà d'espressione in televisione, e lo stesso vale per giornali e pubblicità, sono problematiche comuni a vari mezzi?// Mi piacerebbe partire dall'idea. / Prima di tutto viene l'idea, è lei che condiziona un'avventura cinematografica, che muove e motiva il nostro lavoro./// Una prima banale osservazione: il cinema non ha un cliente. Io ho lavorato e lavoro molto in pubblicità, so cosa significa compattare in 30" tutti i messaggi, i vincoli, le esigenze di un prodotto. Una sintesi che utilizza ogni fotogramma dello spot. Un lungometraggio, apparentemente, sembra un lavoro più libero, dico apparentemente perché esistono, comunque, regole di distribuzione e mercato. Potremmo così azzardare che il primo "cliente" del cinema è proprio il mercato, con le sue mode, le sue logiche, le sue regole./// E' chiaro a tutti che se un "autore" segue una moda non ha problemi, trova i soldi, i produttori, lavora facilmente. Qualche problema in più lo trova se vuole anticipare una moda, o addirittura lanciarla. Non è facile convincere un produttore che l'argomento di cui ti vuoi occupare sarà di moda dopo l'uscita del film? Senza contare che per potersi permettere di lanciare una moda è necessario fare un buon film, ma non è assolutamente sufficiente, bisogna impegnarsi anche in un grossissimo sforzo produttivo, promozionale, distributivo, pubblicitario, tutte attività non secondarie rispetto alla realizzazione del film stesso./// Pochi si posssono permettere di lanciare una moda. Qualche "autore" può permettersi di anticiparla e accontentarsi di venire rivalutato a posteriori, quando qualcuno esclamerà: "Però quel film già ne parlava?" Personalmente ricordo di aver fatto nell'82 un film che parlava dei pericoli che uno sviluppo abnorme del media televisivo avrebbe avuto sulla nostra vita quotidiana. In Italia non esisteva ancora un dibattito su televisione pubblica o privata, Berlusconi non aveva ancora tre Reti e DOMANI SI BALLA, questo il titolo del film, venne considerato un film di fantascienza e, come tale, pressochè ignorato dagli intellettuali dell'epoca./// Il paradosso del film non venne colto. La storia avvertiva: "state attenti, perché la televisione, ha interesse a spaventare le persone, angosciarle, più le tiene in casa e più ha spettatori sicuri, per questo cavalca ogni fattaccio, scava in ogni tragedia, enfatizza ogni angoscia?..." // Tutto questo nel 1982 è stato considerato una favola inutile!./// La mia era una provocazione, però qualche fondamento lo ha. // Oggi si vive in una società dove l'informazione ha un ruolo centrale e alimenta quotidianamente le nostre paure, le nostre ansie. Viviamo più chiusi in noi stessi, cerchiamo di difenderci, frequentiamo il mondo più in modo virtuale che reale. Lo vediamo sempre più attraverso questo specchio deformato televisivo che ci presenta la realtà nella maniera che ritiene più opportuna. Questo dico in generale, aldilà delle polemiche su questo o quell'altro canale, questo o quel conduttore./// Ma torniamo al tema iniziale, al nocciolo del nostro lavoro, all'idea, che deve esistere prima di tutto il resto. Nel cinema, se non c'è un'idea, sarebbe meglio non fare un film. Sarebbe meglio per tutti, anche per il cinema!./// Ma se è vero che l'idea condiziona tutto il lavoro successivo, siamo liberi di avere delle idee? E poi chi deve avere le idee? Un regista o un produttore? Vale subito la pena di osservare che esistono due modi di concepire il lavoro cinematografico uno all'europea, concentrato attorno alla personalità dell'autore e uno all'americana costruito attorno ad un'industria e mirato ad un mercato mondiale, con incassi spaziali. Un cinema, forse, ridotto a spot pubblicitario, teso a vendere merchandising in tutto il mondo, lontano anni luce dalla tradizione neorealista, minimalista, impegnata, socialmente e politicamente. // Sono due universi paralleli che raramente si incontrano. // Tutti e due possono creare film buoni o cattivi, ma questo non dipende assolutamente dalla parte rappresentata./// Analizziamo un po' più da vicino questi due modi di lavorare. Nel cinema europeo o, comunque extra americano, l'autore è al centro dell'operazione e apparentemente sembra libero di agire come vuole. Un autore deve essere libero d'esprimersi come vuole, questo è stato sostenuto per decenni da tanta critica illustre. Uno splendido isolamento che spesso ha significato splendidi fallimenti. Perché fare un film senza curarsi del pubblico o vantandosi di non occuparsene, minimizza il lavoro d'equipe, esclude un team di professionisti dai processi creativi di un film, toglie importanza alla preparazione, ad un'analisi della scrittura, ad un approfondimento teorico del progetto, e tutto questo non è detto sia sempre un bene?/// Di solito un regista europeo, padrone unico del film, autore riconosciuto e indiscusso, ha un grande carattere, una forte personalità, molte volte è lui stesso sceneggiatore del film. Si circonda di complicità sicure, trova un amico/produttore.// E così accade che il produttore di un film europeo, spesso, sia un amico del regista. Barbagallo amico di Moretti, Porcelli con Bellocchio, Totti e Salvatores, Avati e suo fratello.// Amici che si fidano ciecamente dell'amico/autore e delegano a lui, rispettosamente, tutta la creatività del film. Lo fanno perché pensano di guadagnarci, di essere più democratici, di contribuire a fare un cinema "libero", o anche solo perché hanno sempre fatto così e non sempre è facile agire diversamente, comunque è più costoso. Il loro compito è quello di reperire finanziamenti pubblici o televisivi e filtrare tutte le grane all'artista che non deve essere disturbato nel suo processo creativo. E' rarissimo che un produttore europeo investa soldi suoi in un film. // Ma qui sta il primo problema. Sovvenzione pubblica o prevendita televisiva sono già due forti condizionamenti: budget e prime time televisivo. Se un film riceve soldi dalla televisione li riceve per passare in prima serata e la prima serata televisiva, non so per quale motivo, viene appiattita su livelli di qualità molto bassi in nome dell'audience. Il pubblico vuole così, dicono, ma a me risulta che molti abbiano smesso di guardare la televisione e questo dato non è molto pubblicizzato. /// Continuano a propinarci fiction a volte, non sempre, ma a volte proprio imbarazzanti. Identiche una con l'altra, cloni di se stesse, intercambiabili. E così anche al cinema che dovrà poi essere trasmesso in prima serata vengono richieste quelle caratteristiche di banalità, scontatezza, semplicità, realismo, sentimento, dove per sentimento s'intende un insieme di situazioni così scontate che ci devono permettere di capire la trama anche guardando un film da metà in avanti./// Ed eccoci così condannati tutti ad un minimalismo realistico spinti da budget bassi e committenze televisive. In questo contesto il regista è libero di fare "tutto quello che vuole". Agisce in completa libertà perché il suo amico produttore ha già coperto i costi del film, ma deve stare attento a non sforare, perché con questo genere di storie non si può fare certo concorrenza ai Blockbuster americani, non si riesce ad essere proiettati nelle multisale, si rischia anche di non trovare sale cinematografiche, intasate come sono da operazioni promozionate in modo miliardario. All'autore europeo rimarrà la soddisfazione d'essere proiettato in prima serata televisiva, di aver fatto la concorrenza al cinema povero del mondo, di essersi intrufolato in una rassegna festivaliera grazie ad altre amicizie personali... /// L'altro cinema, quello delle multisale, dei record d'incassi, lo fanno su un altro pianeta, o comunque, dall'altra parte dell'oceano. In America, però, il cinema si fa in altro modo, con un'altra filiera industriale. Ecco, il cinema, altrove, è un'industria fiorente. Ruota attorno ad un progetto spesso sollecitato da un produttore disposto a investire molto nella fase preparatoria, nello studio del soggetto, nella stesura di una sceneggiatura, nella definizione di uno story, magari anche prima di avere scelto il regista? /// Il grosso equivoco è che dalle nostre parti abbiamo sempre sentito dire che se a decidere è il produttore il regista perde la sua libertà d'espressione. Dove finisce la libertà dell'autore? // Però se è vero, come è vero, oggi più di ieri, che il film è un'opera di gruppo, un lavoro molto complesso di team che coinvolge professionalità molto diverse, è anche vero che poter ricondurre tutta questa complessità ad un unico cervello creativo non è facile. Forse in passato, un autore aveva una sua autonomia più garantita, bastava una macchina da presa, un cavalletto e poche luci. Oggi con le sofisticazioni tecniche di ripresa e post produzione che ruotano attorno alla realizzazione di un film, tutto questo è più difficile. Non a caso grandi registi autori come Kubrick, Lucas, Spielberg si sono sempre occupati dei loro film anche da un punto di vista produttivo. Lavorano con due, tre troupe, con aiuti regia diversi a seconda delle diverse problematiche di ripresa. Oggi lo spettacolo cinematografico richiede un impianto organizzativo più complesso. La creatività di un film, passa sempre più dallo sviluppo, nel suo insieme, di un progetto. E' sempre meno frutto di una testa sola. Con un impianto di tipo industriale è possibile affrontare il mercato con progetti pianificati, testati, mirati. L'investimento è privato e sa di dover contare su un mercato mondiale. Il reperimento di un budget è planetario. Anche distributori italiani pagano cifre da capogiro, in anticipo, per garantirsi un film americano annunciato. Questo senza poter sapere se il film verrà bene o male, dando fiducia a dei professionisti che non devono perdere la loro credibilità e sicuramente daranno il massimo per questo scopo. /// Nascono così tante operazioni americane come il Pianeta delle scimmie, un Remake, un'idea produttiva offerta a Ridley Scott, realizzata poi da Tim Burton. Ed ecco che quelli che noi consideriamo autori americani sono in realtà, grandissimi professionisti, assunti, di volta in volta, su progetti che, magari, sono in cantiere da anni. // Famoso il caso di VIA COL VENTO che ha cambiato tre registi durante le riprese del film. Avvicendati per divergenze con la produzione. Ma il film ha avuto il successo che ha avuto ed è nella storia del cinema. // Se un produttore è corretto, non abusa del suo potere, ma lo usa per assicurarsi la collaborazione dei migliori professionisti del mercato, fa il bene del film, fa il bene del cinema. /// Così sono n ati grandi film e non sto riferendomi solo alle varie saghe stellari o a Dinosauri in libertà, parlo anche di film che hanno portato avanti la storia del cinema come Roger Rabbit o Forrest Gump. /// Per esempio, prendiamo Zemeckis, io fino a qualche anno fa lo invidiavo, invidiavo la sua creatività, RITORNO AL FUTURO, ROGER RABBIT, FORREST GUMP, LA MORTE TI FA BELLA, CASTAWAY... tutti film diversissimi uno dall'altro. Poi ho scoperrto che Zemeckis viene chiamato ogni volta a realizzare un progetto che una produzione gli affida, e lui, professionista grandissimo, lo realizza al meglio. Oggi lo invidio ancora di più. /// Lo invidio perché lavora in un sistema che lo aiuta, che lancia il suo film nel mondo, lo difende, lo promuove, perché il suo fare film è circondato da decine, centinaia di cervelli che collaborano all'operazione, che non possono sbagliare, che non mollano anche quando un film è inferiore alle attese. IL PIANETA DELLE SCIMMIE non è certo il miglior film di Tim Burton, ma non per questo ha avuto un lancio mondiale minore, troppi interessi volevano farlo diventare un blockbuster? /// A mio avviso questo modo di fare cinema, con centralità di concentrazione sul progetto, non intacca minimamente la libertà d'espressione di un regista. Se uno vuole fare entertainment, fa entertainment, se ha dei contenuti può esprimerli, se uno vuole esprimere contenuti con entertainment è il massimo e film come SINDROME CINESE, CAPRICORNE ONE, TRUMAN SHOW, MARS ATTACK sono considerati film superficiali solo da chi non sa vedere, non sa pensare, non sa riflettere. /// Comunque tornando a noi, non dobbiamo preoccuparci, nessuno ci coinvolgerà mai in operazioni del genere: non ci sono i soldi per farlo, non c'è l'abitudine allo show business, non ci sono le personalità adatte. Noi vivaimo d'altro, facciamo cinema nell'altro modo. Cerchiamo un amico che ci introduca ad un finanziamento pubblico o televisivo. Rispetteremo il budget e il suo guadagno garantito, considereremo l'uscita in sala un optional e comunque non saremo mai in grado di misurarci con un?industria che ci occupa, in modo spettacolare, tutti gli schermi. Questo semplicemente perché il produttore non avendo rischiato soldi propri non è così interessato al risultato in sala. Il suo affare l'ha già concluso. /// L'aneddoto di NUOVO CINEMA PARADISO è illuminante. Cosa ha spinto Franco Cristaldi a far uscire una terza volta il film dopo due esperienze negative?... Proprio lo sforamento del budget che gli aveva causato una perdita personale di danaro. Possiamo dire, per assurdo, che la fortuna di Tornatore sia stata proprio quella di aver sforato il budget. Se Cristaldi non avesse dovuto recuperare i soldi suoi forse si sarebbe rassegnato prima ad un insuccesso commerciale. // Ecco una qualità utile per un regista europeo, riuscire ad ottenere sempre più soldi dalla produzione. // Fellini era il più grande di tutti in questo campo. Un vero ipnotizzatore. Esistono anche sistemi più semplici, artigianali. Basta finire i soldi prima di aver finito di girare il film. Il produttore dovrà fare carte false (a volte alla lettera!) per trovare altri soldi. Da queste abitudini non molto corrette è nata, dalle nostre parti, la convinzione che il regista è la principale croce del produttore e viceversa, mentre la buona riuscita di un film, nasce proprio dalla complicità costruttiva che si deve creare tra produzione e regia, tutti e due coinvolti sullo stesso progetto, innamorati della stessa idea, pronti a difenderla per superare insieme ogni ostacolo. /// E gli ostacoli, come si può immaginare non mancano. In un mercato che sforna migliaia di film in ogni stagione, film che si azzannano per conquistare le centinaia di sale cinematografiche a disposizione. Occorrono forti motivazioni per vincere la concorrenza. Non potendo ingigantire i budget rimangono solo sistemi meno costosi. Fare scandalo, per esempio. E' proprio di questa mattina la cronaca dell'ultimo film interpretato da Monica Bellucci, presentato a Cannes, grande aspettative per uno stupro in piano sequenza di venti minuti? Non conosco il film, non è il mio genere, certo senza quei venti minuti sarebbe passato completamente inosservato, la Bellucci fosse rimasta in Italia non avrebe raggiunto fama internazionale, relegata ingiustamente nella schiera delle troppo belle per essere brave. Nel nostro cinema, non so perché, vige un'estetica più punitiva. Forse dobbiamo ringraziare il nostro passato neorealista. Vince l'occhiaia. Un attrice con le occhiaie è senz'altro più intensa, intelligente, sofferta, cioè merita stima e rispetto. Fare il cinema con entusiasmo è una colpa. Non so se avete visto Castellitto alla cerimonia dei David. Interpretava, benissimo, il ruolo dell'attore dimesso, con un filo di barba trascurata, il capo reclinato, che sottovoce ammetteva tristemente: " Sì, quest'anno sarò a Cannes col film di Bellocchio?..." /// Cioè non poteva tradire allegria interna, un sorriso, un tono spensierato. Sarebbe stato considerato un superficiale, un attore felice. Per prepararsi ad un festival meglio interpretare la sofferenza. /// Esagero un po? per smitizzare, ma c'è del vero, credetemi. La leggerezza è penalizzata nel nostro mondo cinematografico e pensare che, invece, dovrebbe essere la prima dote di un film perché la pensatezza entra già nelle nostre case attraverso il media televisivo, attraverso le sue fiction realizzate tra ambulatori e commissariati, attraverso la cronaca quotidiana, una serie infinita di stragi, guerre, delitti efferati? Per leggerezza non intendo disimpegno. Io sono convinto che con leggerezza si possono trattare anche argomenti serissimi, affrontare temi profondi, ma con ironia, con un paradosso, con leggerezza, appunto. Una gag può far riflettere chi sa ancora riflettere./// Qui varrebbe la pena di chiedersi se il pubblico di oggi è ancora in grado di godere di un paradosso o se non sia portato a leggere in chiave realistica tutto quello che vede senza più nessun distacco ironico. Questo sarebbe molto grave, il realismo sarebbe una pesante corrazza difficile da scrollarsi di dosso. Sarebbe il suicidio del cinema, surclassato in campo reale da tecnologie digitali, satellitari, che rendono inutile qualsiasi istant movie, che, per quanto istant, richiede sempre almeno un anno di lavoro? /// Il cinema deve poter continuare ad occuparsi di politica, realtà e attualità, ma attraverso un procedimento creativo che gli permetta di non essere invecchiato dopo un anno, di non essere confuso con una fiction TV. /// Ma torniamo alla nostra scaletta di temi, la continua escalation verso scandali e provocazioni sempre più aggressive ha sempre caratterizzato la produzione cinematografica fin dai tempi in cui nudo e turpiloquio erano soglie sempre superate. Anche da autori affermati, gli scandali di Ultimo Tango o quelli della Trilogia Pasoliniana lo dimostrano. Negli ultimi dieci anni questa continua corsa a superarsi è avvenuta in campo tecnologico. Più di un film è stato concepito solo per presentare un nuovo software. Si inventava un morfing 3D? si faceva TERMINATOR 2. Si trovava un software per ruotare le persone su se stesse? si commissionava LA MORTE TI FA BELLA con Meril Streep. Si passava dagli animatronic al digitale e via coi dinosauri? /// Film nati solo per spostare un po' più in là la soglia dell'incredibile./// Oggi non solo siamo liberi di fare ciò che vogliamo, ma siamo anche liberi di rappresentare sogni, fantasie, visioni che non appartengono al mondo reale. Limmaginario digitale ci fa andare olte la realtà, oggi tutto è praticamente possibile. // Questo ci dà più libertà? // Ora non mi metto a spiegare a voi cosa sia il 3D, il composing, il color controlling, perché sono tecnologie usate comunemente, ma pensate alla libertà che queste tecnologie vi danno in post-produzione. Alla libertà totale che acquisisce chi gira un film, poco importa se di 30" o di due ore. Oggi la post produzione è diventata una fase che porta avanti il processo creativo di un film, dove un software, un computer può fare molto. // Dove arriveremo? Vi faccio un esempio. Parliamo di emotion capture, non è un errore, non volevo dire motion capture, non sto parlando della cattura dei movimenti per dare a un modello 3D un'animazione in tempo reale. Emotion capture è ancora in via sperimentale negli studi Disney e si propone, come fine, la cattura delle emozioni. Una missione inquietante. /// Quando è stata presentata a Torino mesi fa ha lasciato tutti a bocca aperta. Si catturano con microsensori gli impercettibili movimenti di un viso umano. Un sopracciglio, un sorriso, una ruga, piccole contrazioni facciali ci fanno capire se siamo depressi, stupiti, arrabbiati o allegri Più che un movimento si cattura un'espressione, una vera e propria emozione. Un attore interpreta questi sentimenti e in tempo reale vengono traslati su un modello 3D, virtuale, realizzato a sua immagine e somiglianza... e non solo! // L'attore virtuale può venire ringiovanito di venti anni, oppure può essere adattato alle fisionimie più curiose e particolari, può diventare persino una rana. Tutte simulazioni virtuali che avranno in comune la stessa mimica facciale, gli stessi sentimenti? La stessa mimica, la stessa bravura recitativa applicata a un cast infinito, le finezze recitative d'accademia applicate a un lottatore di wrestling, o a un cartone animato! E' chiaro come tutto ciò apra scenari di libertà massima? /// Attenzione stanno nascendo anche nuove professioni, non esisterà solo il doppiatore di voci, ci sarà anche il doppiatore di sentimenti. Sono sicuro che gli americani, perfezionisti come al solito, scopriranno un attore più bravo col sopracciglio sinistro e uno abilissimo nel muovere le orecchie. Così otterremo protagonisti virtuali che si avvarranno di doppiaggi perfetti per ogni singola parte del loro corpo. Ci si perfezionerà nel vendere abilità parziali per una perfezione virtuale totale. //// A questo punto tutte queste nuove possibilità ci fano girare la testa: che libertà ci rimarrà? Una libertà totale, però sempre meno umana? Possiamo opporci a tutto ciò? E' giusto opporsi a tutto ciò? La tecnologia va avanti comunque aldilà della nostra collaborazione. La nostra salvezza sarà sempre nell'idea di partenza. Perché fare tutto ciò? L'idea originaria di un progetto non potrà mai essere delegata a una macchina. Solo considerando centrale il ruolo dell'idea e del relativo creativo che l'ha avuta, riusciremo a piegare la tecnologia ai nostri voleri, non ne rimarremo schiavi./// Dobbiamo superare l'iniziale diffidenza verso le nuove tecnologie che per tanti anni ha condizionato il mondo del cinema europeo. Si consideravano i film con effetti film per bambini, per pubblici immaturi. Poi qualcuno ha dimostrato che l'effetto speciale può essere utilizzato anche da un autore: Forrest Gump, Amelie, Fratello dove sei dei Coen? L'euforia per una nuova invenzione ha sempre abbassato, nell'impatto iniziale, la qualità del cinema. La storia del cinema è lì a dimostrarlo. Quando è arrivato il sonoro, con l'esplosione dei musical, quando è arrivato il colore, con le arlecchinate degli anni cinquanta, la tecnologia ha sempre distratto la qualità sino a quando non è stata assimilata da nuove generazioni. Noi siamo appena usciti da uno di questi periodi, negli ultimi quindici anni ci siamo ubriacati di effetti speciali: alieni, mostri, dinosauri, killer robotici? alla fine ci hanno saturato, oggi non attirano più folle di spettatori come qualche anno fa. Oggi la furbizia sta nel inserire l'effetto speciale all'interno di una storia, al servizio di una scenografia, e non sempre è un bene che ci si accorga della sua presenza.../// Questa nuova tendenza è stata inaugurata anni fa da Forrest Gump, oggi film come Castaway, La tempesta perfetta, Fratello dove sei, Amelie sono prodotti effettati al cento per cento, ma la storia vuole essere credibile, vuole appartenere al mondo reale, magari una realtà spettacolarizzata, raccontata con fantasia, ma storie radicate anche al mondo dei sentimenti umani./// Siamo entrati in una fase nella quale l'effetto speciale è stato ricondotto a strumento, è stato messo al servizio del film e non il film al servizio dell'effetto. Non basteranno più i soli effetti speciali a richiamare pubblico, occorrerà avere nuove idee, tornare a sviluppare soggetti e storie interessanti.// Ed eccoci così all'idea come centro e motore di tutto il nostro lavoro. Siamo tornati liberi di avere idee, idee liberate da problemi di budget, da limitazioni tecniche. Idee in cui credere, per cui valga la pena di lottare, progetti attorno a cui aggregare professionalità diverse. Stiamo diventando un pubblico adulto che dopo essersi stupito per quindici anni davanti all'incredibile, oggi vuole tornare a vedere storie in cui potersi riconoscere./// L'unica libertà che dobbiamo difendere, rivendicare, è quella di poter continuare a tirare fuori idee. Tirarle fuori con grande generosità, perché le idee sono strane, evaporano facilmente. Quando uno butta una manciata di idee su un tavolo la maggior parte svanisce, scompare. Bisogna sempre saperne buttare tante per essere sicuri che almeno una diventi un bel film!/// Grazie.../// ..... non è che sto qui per allungare l'applauso.../// ....mi hanno detto di non allontanarmi per rispondere alle vostre domande.../// sono anche un po' imbarazzato, perché, di solito, detta la frase finale, è sempre meglio scappare velocemente....//// è un'uscita più teatrale.
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| articolo per CAPITAL giugno 2002 |
| 2002-06-14 Voglia di super-eroi Stanno arrivando in volo dal cielo, superaccessoriati, a grappoli, solitari, mascherati, colorati, palestrati. Sono loro, Super-eroi in fuga dal fumetto in gita premio sui megaschermi delle multisale di tutto il mondo. Digitalizzati in modo meticoloso, resi verosimili da super poteri tecnologici al servizio dello show business internazionale. Stanno entrando con decisione nel nostro immaginario collettivo già affollato da una società dell’informazione esagerata. Solo un Super-eroe, uno dotato di superpoteri, può pensare, oggi, di affrontare un lancio mediatico mondiale, cercando di accontentare tutte le età, promettendo gesta mirabolanti dalla parte del bene, ma non solo… Cosa ha spinto tante energie a sfidare l’avventura cinematografica? Ad abbandonare le più tranquilizzanti pagine a fumetti che li avevano creati con la complicità di milioni di lettori pieni di fantasia? Forse la possibilità di poter vivere, finalmente, su milioni di schermi, quei salti, quelle gesta, quelle acrobazie sino ad oggi solo suggerite con un semplice, statico, tratto disegnato. Il cinema oggi ha bisogno dei Super-eroi. Un tempo poteva permettersi di inventarli, di avere un suo divismo personalizzato, coccolato, immortale. Oggi li cerca, già fatti, altrove, magari tra le pagine di un fumetto. Li usa, li sfrutta, li spreme, in una corsa sempre più frenetica verso l’inverosimile che viene quotidianamente scavalcato da una realtà matta, da un’attualità incredibile, da crudeltà disumane, purtroppo vere. Ai nostri giorni non è facile la vita del Super-eroe. La cronaca quotidiana filtra solo l’eccesso. L’assassinio, per far ancora notizia, deve farsi strage. In un mondo che finge di essere interessato alla realtà, vengono prese in considerazione solo le personalità eccessive, esagerate, provocatorie, esasperate. In mezzo a un mondo che urla per farsi notare servono gli ultrasuoni e, ogni giorno, ultrasuoni invisibili perforano le nostre orecchie, accecano i nostri occhi con notizie che solo dieci anni fa sarebbero sembrate semplicemente impossibili, incredibili falsità. Cronache marziane, che accadono anche vicino a casa nostra, proprio per questo inquietanti, destabilizzanti, paralizzanti. Per anni siamo andati al cinema a vedere grattacieli in fiamme, complotti internazionali per destabilizzare il mondo, storie di pazzie individuali che ci hanno tenuto col fiato sospeso nel buio di sale cinematografiche maleodoranti. Oggi tutto questo è diventato argomento quotidiano di approfondimento televisivo, analisi di cronache giornalistiche da seconda serata TV, salotti mediatici frequentati da tuttologi sapienti che sono entrati a far parte, a tradimento, del nostro vivere reale. Non si ha più voglia di fingere paura di fronte a eventi che ci creano vera angoscia esistenziale. Quindi meglio rispolverare un Uomo Ragno, un Maciste Verde, essere non umani che servono a ridarci fiducia nell’uomo, che ci devono rassicurare sulla bontà della natura umana. Andiamo in gita nell’irreale mondo dei super poteri, forse solo per prenderci una vacanza dall’ansia quotidiana di un giornale radio, cerchiamo rifugio nell’impossibile sperando di non doverlo mai leggere un giorno nelle pagine di cronaca della nostra città. E il cinema s’adegua. Il cinema deve rappresentare il viaggio, la diversità, il sogno, la fantasia. Oggi lo fa con mezzi quasi illimitati, con sofisticate tecniche di simulazione virtuale. Il cinema da quando è nato, dai tempi di Georges Meliès, ha sempre cercato di rendere plausibile anche l’impossibile. Deve poterci fare immedesimare, con ammirazione, in un uomo che si arrampica come un ragno sui grattacieli. Oggi può rappresentare tutto questo con grande resa realistica, può tornare a stupire anche lo spettatore più smaliziato. Sono passati per sempre i tempi in cui si credeva ingenuamente ad un fondale dipinto, quando una cartapesta si faceva marmo, o un finestrino di un treno veniva fatto traballare davanti ad un paesaggio in leggero movimento orizzontale. Vecchi trucchi che sono serviti a emozionare pubblici d’altri tempi, molto più ingenui di noi. Oggi lo spettatore è abituato a ben altro. Per ingannarlo bisogna inventare nuovi software, lanciare sfide impossibili, immaginare duelli volanti in equilibrio su foglie mosse dal vento. Tutto deve, però, sembrare vero, come quelle immagini incredibili a cui ci hanno abituato i telegiornali della sera. E così realtà e fantasia continuano a rincorrersi in un cerchio che non ci fa distinguere chi sta inseguendo e chi sta scappando. E’ la realtà che insegue la fantasia o precede l’immaginario fantastico di sceneggiatori e maestri degli effetti speciali che stanno semplicemente arrancando per non farsi distanziare da un precipitare di eventi sempre più incredibili? Poveri Super-eroi, non sanno ancora cosa li aspetta fuori dalle loro tranquille tavole disegnate. Pensano d’essere invincibili, unici, fantastici e dovranno dividersi la popolarità mondiale con pazzi veri, istrioni televisivi, mitomani reali. Dovranno sperare che il giorno del loro debutto sullo schermo, nessuna guerra scoppi, nessun nuovo virus venga scoperto, nessun cataclisma naturale abbia spazzato via qualche nazione lontana. Solo così troveranno spazio giornalistico per le loro povere gesta di onesti fumetti. Otterranno un trafiletto impaginato diligentemente tra campagne pubblicitarie miliardarie o l’ultimo sondaggio mediatico realizzato in tempo reale. S’affanneranno su e giù per i grattacieli virtuali cercando di farsi notare, forse rimpiangendo la comoda situazione che hanno vissuto per tanti anni, disegnati con amore e tanta fantasia su fogli di carta capaci di farci sognare e suggerirci avventure che nessun film potrà mostrarci come lo sognavamo dopo aver spento la luce sull’ultima vignetta. |
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| CADAVERI IMMORTALI |
| 2002-06-22 racconto pubblicato nel 1980 Nell’anno 2299 si era ottenuta l’immortalità biologica. / una grande conquista per l’umanità, un passo indispensabile verso nuovi viaggi e nuove scoperte. / I viaggi interspaziali cominciavano a richiedere tempi che non potevano essere compressi nel breve corso di una vita umana. // Dal 2299 fu possibile programmare la preparazione degli equipaggi sulla base di centinaia d’anni. Con l’immortalità si rese necessario, per mantenere costante la popolazione terrestre, permettere nuove nascite solo per reintegrare le perdite umane avvenute in modo traumatico. Come ogni legge, anche questa, aveva delle deroghe. Si poteva nascere liberamente solo in due casi eccezionali: in previsione di un nuovo mondo da colonizzare o per motivi di difesa in occasione di aggressioni spaziali. / E’ bene ricordare come la potenza di ogni famiglia dipendesse, a quei tempi, come oggi, da due fattori distinti: classe sociale di appartenenza e numero di persone biologicamente immortali del quale era composta. / La classe sociale, indicata con le lettere dell’alfabeto dalla A alla Z, dava subito l’idea della ricchezza di una famiglia, il numero dopo la lettera indicava, invece, il numero dei componenti della famiglia: esseri immortali che, se numerosi, potevano diventare anche una vera e propria lobby politica. / Per esempio un D48, gruppo familiare decisamente altolocato, doveva guardarsi da un Q742, un membro del quale era presente in ogni iniziativa, commissione, o spedizione militare. / Ogni famiglia cercava di ottenere il maggior numero di deroghe per la nascita di nuovi elementi, e rafforzare così il proprio potere numerico. Bastava un componente della famiglia nel Ministero “Mondi e Colonie” per venire a conoscenza, prima di altri, dei bandi di concorso per nuove nascite e poter inoltrare le relative domande di deroga. / Tutto questo è, però, storia vecchia. / Dal 3115, proprio per evitare qualsiasi tipo di speculazione, tutte le nascite vennero tassativamente vietate in ogni classe sociale, pena la soppressione immediata di pari membri della stessa famiglia. / Le nascite furono utilizzate, così, all’interno di ogni famiglia per eliminare i parenti scomodi… / Del resto nel 3115 la speculazione demografica aveva già raggiunto livelli allarmanti. Tutte le famiglie indicate con le lettere successive alla L contavano oltre diecimila unità e per tutte le altre si era comunque già nell’ordine di varie centinaia. / Dopo aver vinto la morte l’umanità si trovò, così, ad affrontare un problema ancora più grosso: quello della crisi degli alloggi! / La Terra è quello che è: un paio di progetti per allargarla, proposti da architetti di potenti famiglie B, C e D non ebbero seguito perché si calcolò che l’attrito delle sporgenze artificiali avrebbe potuto modificare gli equilibri gravitazionali del Pianeta. Gli studi si concentrarono, allora, su come poter limitare lo spazio abitabile per ogni essere umano e il risultato ultimo a cui approdò una commissione di ingegneri, biologi, psicologi e architetti, fu quello di ridurre l’ingombro dell’abitazione pressochè all’ingombro stesso del corpo umano. Un loculo! / Questo successo fu possibile grazie ai grandi progressi fatti in campo virtuale con esperimenti di ipnotismo mentale. / Si scoprì che la necessità di vita rispetto all’ambiente fosse, prima di tutto, una necessità mentale: la prova di questa scoperta risale alla notte dei tempi, addirittura al ventesimo secolo. Era usanza di quelle popolazioni primitive, chiamare certi periodi dell’anno “ferie” o “vacanze”. Durante questi periodi, pare, cercassero tutti di abbandonare case accoglienti, refrigerate, per andare ad ammassarsi in situazioni imbarazzanti lungo le rive dei continenti. Non era il corpo a godere di questi cambiamenti, bensì la mente. Fatta questa banale osservazione si potè agire virtualmente sui fattori mentali, indipendentemente dal fatto che il corpo rimanesse chiuso in un loculo. Ciò significò molto da un punto di vista urbanistico. // Nelle città si svilupparono i momenti di lavoro, commercio, comunicazione, a scapito delle case private ridotte a semplici loculi dove ci si coricava tranquillamente alla sera, davanti all’immagine virtuale dell’ambiente che si era scelto di visitare. Era sufficiente, infatti, autoipnotizzarsi davanti all’immagine di uno chalet montano, di una costa marina, di una fattoria e per tutta la notte era come se si vivesse realmente in quel posto. /// Il trentaduesimo e il trentatreesimo secolo furono epoche veramente felici: un’umanità sdraiata in piccole bare, silenziosa, ipnotizzata, tutta compresa in viaggi virtuali da sogno: galoppate in brughiera, pesca in alto mare, sciate ‘fuori pista’ su cime incontaminate, senza parlare della possibilità di vivere con la mente interni spaziosi, magnifici, pieni di ogni comfort. / sembrava che l’umanità avesse finalmente risolto il problema dell’habitat… Pareva una soluzione definitiva, sino a quando cominciarono ad accorgersi che le immagini fotografiche, riprodotte all’infinito per secoli, cominciavano a mostrare i primi segni di deterioramento. D’altro canto non era possibile rifotografare quei luoghi, dal momento che tutta la superficie terrestre era stata ormai occupata da un’immensa distesa di loculi uguali. / In tutti quei secoli l’umanità non si era più curata della realtà, occupata com’era a rifugiarsi in sogni meravigliosi. / Adesso i negativi delle fotografie risultavano quasi inservibili, producevano immagini sempre meno nitide. Le foto esistenti del vecchio mondo non potevano durare in eterno. L’autoipnosi, di fronte ad un’immagine ingiallita, sbiadita, strappata, funzionava egualmente, ma l’interessato si ritrovava proiettato in un sogno giallo, lacerato da squarci giganteschi, sfuocato… in pratica un incubo. /// Dopo i primi risvegli con trauma psichico fu resa obbligatoria una visita periodica statale alle fotografie che ogni famiglia si tramandava di padre in figlio. Ne furono stracciate milioni considerate impraticabili. Alcuni cominciarono a nasconderle per usi clandestini senza il visto sanitario. Altri ne fecero commercio illegale. Alla borsa nera raggiunsero cifre che solo le famiglie più facoltose potevano permettersi: negli altri strati sociali ci si arrangiava con turni, rotazioni, affitti. Una foto di una casa al mare, in certi periodi dell’anno, poteva costare più di un castello scozzese. // Sorsero le fototeche, loculi in serie adibiti a dormitori pubblici dove i meno abbienti trascorrevano, quando potevano, qualche ora di sogno. / Lo Stato intervenne severamente contro la speculazione, confiscando loculi abusivi e foto irregolari, alla fine divenne lui stesso gestore dei sogni dei suoi cittadini più bisognosi. / Questa fase viene ricordata come la campagna dei “ Sogni Popolari” varata nel 3333. Una discreta scelta di ambienti, virtualmente confortevoli, venne messa a disposizione di quanti si dichiaravano, sotto loro responsabilità, nullatenenti, fotograficamente parlando. // Le domande di assistenza si accatastarono e, per aver assegnato un loculo con una fotografia decente bisognava attendere anche degli anni. Tutti rivendicavano il diritto umano di poter sognare un appartamento dignitoso. / Se da un lato la gestione statale regolamentò l’uso delle fotografie conservandole nel modo migliore, d’altra parte non poteva evitare che il numero di queste immagini si assottigliasse di anno in anno. Con la diminuzione delle possibilità di autoipnosi sicure e soddisfacenti aumentava la cura quasi religiosa con cui venivano maneggiate le foto superstiti e cresceva, contemporaneamente, lo scontento popolare di chi non riusciva ad abbandonare, neppure virtualmente, la fredda realtà dei loculi. // Vennero occupati dei sogni: alcuni poveracci si rifiutarono di abbandonare l’ipnosi e occuparono il sogno non volendo più tornare mentalmente nel loculo. /// Le foto, ormai, erano limitatissime. Molti avevano perso il ricordo dell’ultima ipnosi e da anni giacevano, occhi sbarrati, tra le quattro pareti del loro box, uno spazio-corpo che gli era stato venduto con la promessa che la mente sarebbe stata altrove. Una prigione eterna, data l’immortalità conquistata in precedenza dall’uomo. /// Delle fotografie si sentì parlare sempre più di rado e in maniera sempre più mitica. Sembrava che le poche foto superstiti avessero acquistato un carattere sacro e venissero maneggiate come reliquie da una strettissima cerchia di alti funzionari statali che avevano, però, fatto voto di castità ipnotica. Si impegnavano cioè a conservarle intatte negandosene l’uso, nel timore di consumare anche quell’ultimo tenue filo che collegava l’intera umanità a quei paesaggi e a quelle atmosfere che avevano caratterizzato i primi millenni del suo sviluppo. /// La Terra, ridotta ad una sfera di loculi scuri nei quali è possibile intravvedere bagliori umidi di occhi disperati, gira trionfante in moto perpetuo vendicandosi, così, di una stirpe umana che ha creduto di poter trovare al di fuori di essa motivo di vita. ------ Terra: pianeta del Sistema Solare abitato da cadaveri immortali. (definizione dall’Atlante Intergalattico del 5580, irradiato da Mor, stella per l’informazione ai naviganti.) |
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| Un ricordo lontano. |
| 2003-02-04 Un tempo esistevano piazze, palcoscenici, grandi schermi cinematografici dai quali si cercava di affascinare, stupire, divertire il pubblico. L'intrattenimento era affidato ad attori, professionisti specializzati in una qualche arte a cui facevano ricorso per comunicare. Poi inventarono la TV. Una scatola magica che inquadrava piazze, palcoscenici, mostrava film miniaturizzati e ce li portava in casa, anche all'ora di pranzo. Una grande invenzione che gradatamente si è trasformata in un mostro capace solo di autorappresentarsi e autocitarsi. Nel fantomatico interesse di un pubblico che è stato istruito per decenni dalle stesse facce e dagli stessi personaggi, si pensa di intrattenerlo facendolo ridere di quello che conosce meglio, la TV appunto. Il gioco è diventato claustrofobico. Ogni format assomiglia a un altro format, ogni canale a un altro canale. Ogni imitatore imita il già imitato e ogni imitazione rappresenta la consacrazione di una popolarità. La parodia diventa fama, i difetti si trasformano in caratteri riconosciuti di cui l'originale proprietario può andare fiero, che può utilizzare senza vergogna, può vendere come merce preziosa. La popolarità televisiva, raggiunta magari con una imitazione apparentemente 'dissacrante', non serve solo per divertire, ma anche, e soprattutto, si pone al servizio delle carriere più diverse: commerciali, politiche, intellettuali. Ecco allora la voglia di esserci, in quella scatola magica, non per divertire, ma semplicemente per esistere. Non è importante come e perchè si diventa famosi, quanto il diventarlo con il maggior numero possibile di ore passate seduti in uno studio TV, davanti ad una telecamera accesa. Non è un caso che l'ambizione massima di un giovane sia oggi quella di essere scelto per un reality show, protagonista di un tormentone, di una gag magari desolante, ma felice di poterla ripetere ogni giorno sino a quando riuscirà a conquistarsi, anche lui, il diritto d'essere imitato, il privilegio di rappresentare un difetto replicabile, già pronto a utilizzarlo in una campagna pubblicitaria o elettorale, sempre alla ricerca di un consenso che cresce proporzionalmente al numero di imitazioni 'dissacranti' collezionate. E chi non partecipa alla piazza virtuale non esiste. Chi sa lavorare non serve, non c'è più tempo per scrivere, provare, perfezionare. Meglio improvvisare, essere sempre in diretta, occupare ogni giorno un minutaggio costante. Riempire di parole mezzo palinsesto. Ci penseranno poi gli imitatori a occupare l'altra metà codificando quei difetti indispensabili ad essere riconosciuti per la strada. E se ti riconoscono come uno della TV puoi fare di tutto: scrivere libri, dirigere film, condurre serate, recitare in teatro o a Montecitorio. Oggi tutto è diventato spettacolo, ma il divertimento è davvero un ricordo lontano.
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| IL CINEMA? 109 anni mal portati. Ma ce la farà. (east n.2 ottobre 2005) |
| 2004-10-24 Cento nove anni fa, con gli operai che uscivano dalla fabbrica dei Fratelli Lumière, il cinema iniziava ad essere documento e specchio della realtà che immortalava. Da quei primi fotogrammi tremolanti, muti, in bianco e nero, sono passati più di cento e sei anni e centinaia di milioni di metri di pellicola impressionata. Il cinema ha rappresentato, per decine di generazioni, la realtà, la prova che quello che era stato fermato su pellicola era veramente esistito. Col cinema sono stati fatti conoscere paesi e civiltà difficilmente raggiungibili, ideologie, denunce, sentimenti che nessuna pagina scritta o partitura suonata avrebbe saputo o potuto rendere con altrettanta efficacia. L’immagine era esaustiva. Da sola parlava più di mille parole, sintetizzava un concetto destinato a entrarci per sempre nell’archivio della memoria. Per cinquant’anni il cinema ha avuto l’esclusiva della riproduzione del movimento, i suoi tecnici erano una casta privilegiata preposta alla conservazione del gesto, degli sguardi, delle azioni di miliardi di individui stampati su acetato per una gloria eterna. Così almeno si credeva sino a quando gli acetati hanno cominciato a decomporsi… Il supporto cinematografico non era eterno e l’ Etere aveva già cominciato a trasmettere altre immagini in movimento. D’accordo la televisione non può competere con una sala cinematografica, ma chi è nato in una casa piena di monitor è indubbio che abbia, per il cinematografo, uno sguardo meno deferente. Una volta per vedere un film occorreva cercarlo, amarlo, dedicargli due o tre ore della propria vita, in religiosa concentrazione al buio di una sala cinematografica. E gli attori che ci sovrastavano come giganti dallo schermo erano dei divi irrangiungibili, dei miti che ammiravamo incondizionatamente. Oggi il divismo passa per schermi molti più piccoli. La televisione ci offre ogni sera una serie di standing ovation dedicate a illustri sconosciuti condannati ad apparire in continuazione per essere ricordati. Nani che si affacciano nei nostri salotti buoni a ricordarci che loro ce l’hanno fatta, che vengono riconosciuti per strada, che sono dei modelli di comportamento per chiunque desideri un quarto d’ora di celebrità e voglia fuggire l’anonimato di una vita semplice. Essere riconosciuti per cosa? Per quale motivo? Per quale merito? Non ha grande importanza, il Grande Fratello televisivo ci ha dimostrato che l’apparire continuamente in televisione è motivo sufficiente per poter emergere o, almeno, illudersi d’averlo fatto. Non si capisce bene per quale strano motivo , ma con una popolarità televisiva si può accedere poi, ad honorem, ad una campagna pubblicitaria, ad un’elezione politica, ad una patente di esperto tuttologo intervistato su ogni argomento. In poche parole si acquista potere, si suscita invidia, si alimentano sogni. E il cinema, nel frattempo, dove è finito? Sa di non poter competere con una diretta televisiva o con un collegamento satellitare, e così abbandona progressivamente la realtà per tornare ad essere una fabbrica di sogni virtuali come nei vecchi film di Georges Meliès, l’uomo che inventò il cinema fantastico, quello dei viaggi sulla luna di cartapesta e che, in epoche di sfrenato realismo, venne dimenticato e abbandonato per favorire autori più impegnati a documentare il reale, il vero o, almeno, quello che loro intendevano per reale e vero. Oggi Meliès e i suoi fondali fantastici dipinti tornano di moda, anche se, per stupire lo smaliziato pubblico contemporaneo, non basta più un fondale di cartone, ma si deve ricorrere ad una sofisticata grafica 3D digitale. Così, oggi come allora, gli attori sono tornati a recitare di fronte a scenari dipinti, spazi virtuali della fantasia per far sopravvivere il cinema all’avvento della televisione e dei suoi mille canali puntati sulla realtà. Con queste premesse si può ancora parlare di cinema come modello di spettacolo in grado di dialogare o condizionare un pubblico abituato a seguire ogni trasmissione con la superficialità e la distrazione a cui ci obbliga un elettrodomestico sempre acceso in salotto e non solo?…. Ma è inutile interrogarci su questo argomento, siamo già oltre. La polemica contrapposizione tra cinema e televisione è materia che riguardava il secolo scorso. Oggi le immagini ci arrivano via Rete, si scaricano da Internet, ci entrano nelle tasche apparendo all’improvviso sui display dei nostri telefonini. Una volta un’ora e mezza di film sembrava il minimo per poter raccontare una storia, poi la pubblicità ci ha fatto capire che anche in trenta secondi si potevano sintetizzare molti concetti e oggi si è già alla ricerca di una creatività in pillole che studi messaggi di pochi secondi, adatte ad essere spedite e ricevute tra una telefonata e l’altra. Le nuove generazioni si sono abituate a ritmi da videogioco e da un bagliore più o meno intenso capiscono se hanno superato un nuovo livello o se devono ricominciare. Meccanicamente, sempre più abili, più veloci, in una corsa contro il tempo che diventa ansia di vita. Ansia che ci portiamo anche sul lavoro, nell’informazione, nel nostro tempo libero. Provate a rivedere un film d’azione di trenta, quarant’anni fa, degli anni settanta, dell’altro ieri. Uno di quei film che ci avevano tenuto col fiato sospeso, ci avevano fatto sognare, spaventare, emozionare. Oggi ci sembrerà, prima di tutto, lento. Il mondo ha preso a correre, sotto la spinta di un’informazione sempre più aggressiva, da mondo dell’informazione si è trasformato in mondo dell’emozione. Emozione vera o fasulla, poco importa, l’importante è che sia ben ritmata su un vociare indistinto teso solo a non farti cambiare canale. Un’agitata discussione sportiva è più importante del fatto che l’ha scatenata e quando il fatto non esiste, l’importante è che se ne possa discutere comunque animatamente (Biscardi docet ) L’importante è non far cambiare canale con la promessa che qualcosa di eccezionale sia sempre imminente. E qualche volta, purtroppo, l’eccezionale avviene veramente e quando avviene è sempre una notizia che spinge un po’ più avanti la nostra soglia di stupore, di interesse, di vergogna. Ci abituiamo presto a tutto, al bello e al brutto che il mondo ci offre. Ci siamo abituati agli assassiniii più efferati, a epidemie fantascientifiche, a terrorismi irrazionali, ci siamo abituati senza neppure accorgercene. E il cinema come cerca di sopravvivere nel suo secondo secolo di vita? Per continuare a stupirci amplifica questa nostra voglia di eccezionale con storie apocalittiche, invasioni marziane, viaggi nell’inconscio, realtà parallele dove tutto, se ben ricostruito virtualmente, deve sembrare vero per fare concorrenza ad una realtà che, dal canto suo, sembra sempre più assurda, irreale, impossibile. Il mondo dell’arte, dell’espressione artistica è sempre in evoluzione, non potrebbe essere altrimenti. Ogni forma d’arte nata come linguaggio popolare per tutti, prima o poi diventa mito di pochi, culto per gli appassionati, memoria per gli studiosi. Così è stato per la pittura, il teatro, la lirica e, forse, il cinema sarà destinato a percorrere lo stesso tragitto. Per un secolo è stato il punto di riferimento delle menti più sveglie, più attente al nuovo, più attratte dalle sue esclusive originali potenzialità, oggi con lo stesso spirito di avanguardia ci si occupa di nuovi campi, di nuove forme di comunicazione, di nuovi mercati che nella loro globalità contengono in eguale misura fascino e pericolo. In epoche, ormai attuali, di interazioni digitali e navigazioni virtuali in ambienti reali come si può ancora credere che lo scorrere di ventiquattro fotogrammi al secondo di una pellicola davanti ad una fonte luminosa possa suscitare un brivido in uno spettatore sempre più smaliziato, impaziente, distratto da un mondo di stimoli che gli si accendono in tasca. Eppure il cinema sopravviverà a tutto questo e malgrado tutto questo, e si saprà reinventare dimenticando e superando linguaggi e categorie di storie che l’hanno alimentato per tanti decenni. La natura stessa di una platea che ignora sempre più i modelli classici di riferimento e mischia suggestioni ed esigenze multiculturali, obbliga gli autori a contaminare i generi cinematografici e a utilizzare in modo sofisticato nuove tenologie e vecchie categorie di pensiero in un succedersi imprevedibile di professioni diverse e di nuovi saperi. Certo, in questo scenario emotivo, oggi mettersi di fronte ad un foglio bianco per scrivere una storia per il cinema non è facile. Bisogna lottare contro due tendenze che lasciano poco spazio ad altre avventure. Sposare il gigantismo tecnologico delle major americane che tutto rende possibile, rincorrere imprese sempre più grandi magari ammortizzate attraverso due, tre o anche più lungometraggi lanciati e promozionati a livello mondiale con supporti adeguati alla globalità del mercato (è il caso, per intenderci de IL SIGNORE DEGLI ANELLI, MATRIX, HARRY POTTER, MEN IN BLACK…) oppure ripiegare su una rigorosa documentazione del reale, scarna, povera, neorealista, drammatica, che dica allo spettatore questa è una storia vera, ancora più vera e più reale di come può esserlo una notizia filtrata da una redazione giornalistica televisiva, sempre di parte. Nel primo caso gli attori sono pupazzi, spesso con occhiali neri, che devono poter attraversare esplosioni e battaglie degne di un cartone animato, novelli Munchausen che sopravvivono a qualsiasi follia di sceneggiatura. Nel secondo caso sarebbe meglio utilizzare i reali protagonisti della vicenda narrata o visi anonimi che possano sembrare i reali protagonisti della storia presentata. Tempi duri per l’Actor Studio. Sono finiti i tempi in cui un attore si poteva vantare di aver passato sei mesi in carcere per interpretare un ergastolano, oggi si richiede un ergastolano vero o qualcuno che lo possa sembrare. Forse è l’onda lunga dei reality televisivi. Anche chi continua a vantarsi di non vederli deve fare i conti con una platea infettata dal virus del voyeurismo, con un pubblico abituato a spiare decine di persone che non recitano, ma vivono spudoratamente le loro emozioni in diretta. Non sono valutati in base alla loro abilità o bravura, ma spiati nella loro finta spontaneità e triturati di continuo da nomination impirtose. Poco importa se questo sistema brucia di continuo personaggi nuovi, l’umanità è una riserva infinita per casting sempre più azzardati, per casi umani a cui siamo obbligati ad affezionarci, o che ci spingono a odiare perché, come si sa, senza dei veri cattivi, i buoni non fanno bella figura. Ma questa seconda strada, più dell’altra, deve continuamente fare i conti con la televisione, differenziarsi da una fiction televisiva, da una semplice storia di sentimenti che sono stati già spremuti da centinaia di puntate televisive. E allora ecco spuntare ai Festival, e non solo, l’abitudine di soffermarsi su quelle realtà che sono universalmente riconosciute come emotivamente estreme. Le realtà di guerra e dopoguerra. Il nostro neorealismo aveva ben immortalato il nostro dopoguerra e oggi c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ci siamo emozionati con i dopoguerra iugoslavi, iraniani, ceceni e arriveranno tra poco quelli iracheni… Cinematografie povere, ma ricche di immagini forti, di vittime a cui dedicare due ore d’attenzione, per non sentirci troppo in colpa, o per cominciare davvero a sentirci in colpa. Ma il cinema in tutto questo che c’entra? Come ci si può avvicinare ad una professione nata 109 anni fa… Cosa si può insegnare ad un ragazzo che vuole avvicinarsi alla regia cinematografica o anche più semplicemente, volesse diventare un onesto interprete di storie? Da un lato tutto sembra più facile: telecamere digitali in alta definizione sempre più diffuse e abbordabili hanno fatto diventare tutti autori cinematografici, d’altra parte proprio questa possibilità di democratizzare l’uso del mezzo ha uniformato molto il tipo di produzione. E’ finito il tempo del cinema come prototipo irripetibile tanto caro a seri produttori come Franco Cristaldi, oggi è la volta del cinema realizzato alla maniera di… Facciamo e rifacciamo un film che deve sempre sembrare rubato, non montato, non recitato, un frammento di realtà che, per emozionare, essere creduto, considerato non deve prevedere scenografie o costumi, lamusica non deve essere accattivante per non rischiare di venire considerati troppo ruffiani col pubblico, televisivi o, peggio, commerciali, Il modello del vero autore da Festival è quello dell’austerità da dopo guerra e se una guerra è lontana occorre mettere in scena una tragedia famigliare o un disastro psicologico, che del dopoguerra mantenga le stesse ansie e le stesse incertezze. Oggi è difficile dire dove finisce un documentario onesto e inizia una storia di fiction, ma probabilmente è proprio in questo contaminarsi che nascerà una nuova generazione di autori liberi, liberi di giocare con le immagini in ogni direzione. Per fortuna il cinema di domani non sarà fatto dagli autori di ieri, ma dai bambini di oggi. Da Autori che ignoreranno i primi 109 anni di storia che il cinema ha attraversato. Autori che dovranno rispondere solo con la loro coscienza di tutte le manipolazioni che la tecnologia permetterà loro. E proprio perché gli autori di domani saranno i bambini di oggi, è indispensabile che le nostre scuole facciano, da subito, i conti con dei fondamentali indispensabili a saper distinguere tra vero e falso, tra cronaca e fiction, tra il telegiornale e un film di guerra. E’ indispensabile insegnare a vedere, a non perdere l’equilibrio in un mondo che continua a stupirci con finte realtà virtuali più vere del vero e cronache vere superiori ad ogni umana fantasia. Se si riuscirà a riportare l’ordine in questa percezione parallela tra reltà e finzione, forse i nostri figli potranno tornare a scandalizzarsi per guerre scatenate solo in funzione di un consenso mediatico e potranno tornare a godersi, senza complessi di colpa, un sano film, pensato, scritto e realizzato solo per trasmettere a loro un’emozione, magari infantile, come sapeva trasmetterci Meliès con i suoi marziani barbuti che ballavano silenziosi in crateri di cartapesta.
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| Vieni avanti cretino! fenomenologia di una frase che da sempre fa spettacolo. |
| 2005-03-20 Carlo Campanini, bravo attore e ottima spalla, guardava impaziente l’orologio e aspettava in scena un Walter Chiari/De Rege sempre in ritardo… Poi lo vedeva affacciarsi in scena e lo apostrofava: “Vieni avanti cretino ! ” E lo spettacolo poteva cominciare. Il cretino in questione era il comico imbranato, distratto, infantile, sconclusionato sempre ripreso e redarguito con buonsenso, ma sempre pronto a sconfinare in una disarmante illogicità a volte più sincera e devastante di tanti ragionamenti. La coppia comica è sempre vissuta su un clown bianco e un Augusto, una finta autorità e un vero buffo disposto a ridicolizzarsi nel mestiere più difficile del mondo, quello di far ridere. Poi all’improvviso, o quasi, nel mondo dello spettacolo hanno cominciato a entrare altri generi:, la candid camera, il talk show, il reality e tutti i loro derivati di scherzi e papere. A tutte le ore e su tutti i canali si sono cominciati a produrre contenitori infiniti con l’unico scopo di intrattenere, divertire, far ridere anche in assenza di un vero comico. Il processo è comprensibile, umanamente spiegabile, forse inevitabile. E’ impossibile riempire un numero infinito di palinsesti, ventiquattro ore al giorno, con battute comiche sempre nuove, scritte e recitate bene. E’ umano cercare di ridere alle spalle di qualche ignaro personaggio, più o meno conosciuto, spiandolo, denunciandolo, aggredendolo, spingendolo a fare, soprattutto, quello che non sa fare. Un cantante dalla bella voce o un ballerino virtuoso non servono più, occupano troppo poco tempo in video per esibizioni che nessuno ha più voglia di ammirare. Meglio se si trova uno stonato disposto a cantare o uno scoordinato che si cimenta nel ballo, almeno si ride!. Tutto questo è naturalmente comico e, fatto importante, non va scritto, e può essere ripetuto all’infinito. Il gioco è fatto. Vieni avanti cretino! oggi è riferito all’ospite disposto a tutto, all’eccentrico, al tuttologo, a chiunque si presti a sfoggiare la sua incapacità o cretineria in pubblico, meglio se è disposto a esagerarla per diventare un’icona risibile caratterizzata da una parrucca, una montatura colorata d’occhiali o un semplice soprannome, tutto facilmente riconoscibile e trasportabile da un canale all’altro, da un programma all’altro, da un argomento all’altro. Non c’è da scandalizzarsi, la società dello spettacolo è cambiata, sono cambiati i gusti del pubblico, i tempi e i modi dell’ascolto televisivo. Quello che diventa più preoccupante è quando l’esibizione di cretineria viene promossa a format, discussione sportiva, dibattito politico. Intendiamoci non tutti quelli che appaiono in televisione sono cretini, tutt’altro. Ma i cretini hanno più fortuna, come si dice, fanno più audience, questo è assodato. Una persona discreta, con delle idee sensate, ammesso che riesca ad aprire bocca in una diretta televisiva, viene subito dimenticata a favore dell’eccessivo, dell’aggressivo, dell’esagerato, del cretino. Molto ambìto da tutte le redazioni: “invitiamolo, chissà cosa si inventa questa volta e contro chi…” Se sfortunatamente lo perdiamo siamo sicuri di vederlo replicato all’infinito, blobbato, strisciato a tutto vantaggio della sua popolarità effimera, ma indispensabile per altri contenitori sempre disposti a ospitare cretini di professione. La fortuna di questi personaggi è l’intelligenza di tutti quelli che li guardano sentendosi superiori. Proprio come gli spettatori di una volta che, sentendosi superiori, si divertivano con Walter Chiari/De Rege quando faceva sfoggio della sua infantile stupidità. Tutto sembra chiaro, logico, quasi rassicurante. Salvo per un piccolo particolare. Oggi c’è una ricerca esasperata, una vera e propria fabbrica di cretini sempre nuovi: li chiudono in casa, nei ristoranti, in fattoria, nelle beauty farm, li abbandonano su isole deserte a patto che si azzannino e diano il peggio di se stessi, dimenticando fuori tutto quello che sanno fare o che sono stati prima di entrare nel dorato mondo dei reality e dei media nazionali. Le TV, in cambio, li corteggeranno per qualche mese o qualche settimana. Loro saranno nominati, salvati o eliminati, che poi vuol solo dire cambiare posto nella trasmissione, ma avranno garantita la possibilità, sino alla fine del programma, di entrare in casa nostra, nel nostro salotto buono, nelle nostre cucine, nelle nostre camere da letto. Un’invasione di cretini quasi inarrestabile, ma dalla quale possiamo ancora difenderci. Nessuno ci vede se cambiamo canale e, a patto di stare molto zitti o vaghi, possiamo anche nascondere nelle conversazioni che contano la nostra ignoranza sui fenomeni del momento. Ma allora perché sono preoccupato? Non posso certo rimpiangere i giochi di parole di Pappagone o la mimica di Paolo Panelli… sono preoccupato perché oggi più dell’ottanta per cento dello spettacolo televisivo di intrattenimento si basa sulla denigrazione, la denuncia, l’esibizione sottolineata della cretineria di chi ci sta di fronte. Se non sei disposto a farti prendere a secchiate d’acqua, non sempre metaforiche, dal conduttore brillante di turno, non servi, non sei un buon ospite da prima serata, sei pure antipatico. Ma come?… è solo uno scherzo!… una battuta, se non l’accetti non sei una persona di spirito. E’ c’è gente che ha riempito ore di trasmissione con due sorelle molto spiritose passando poi anche alla SIAE a riscuotere minutaggi di spettacolo! Sono preoccupato perché questo modo di stare in televisione alle spalle di qualcuno è diventata anche un’abitudine politica. Una volta si andava in televisione per presentare un programma, una squadra, un’idea, giusta o sbagliata che fosse, oggi si è imparato a urlare, ad attaccare l’avversario, prima ancora che utilizzare il tempo a disposizione per spiegare cosa si ha intenzione di fare. Per il gusto e l’abilità di saper chiudere con una battuta ad effetto ci sono politici che fanno invidia a comici di tradizione. Così anche la politica diventa un teatrino, ripetuto all’infinito in ogni format e ad ogni orario, un vetusto carro di tespi dove ogni personaggio interpreta all’impronta il carattere che si è scelto, professore o cavaliere che voglia sembrare. Una commedia dell’arte che ci chiede fiducia cercando di distruggere, prima di tutto, la fiducia nell’avversario. Assistiamo, con misurata par condicio, ad una continua aggressione verbale da cui escono tutti bastonati. Come il calcio che rischia il ridicolo dopo trent’anni di processi biscardiani, così la politica non riuscirà certo ad aggregare le giovani generazioni con contenitori di canovacci ripetitivi buoni solo per arricchire, all’infinito, blob quotidiani col peggio di…
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| SHREK, UNO DI NOI. pubblicato su inserto di Ciak gennaio 2005 |
| 2005-06-26 Ricordo ancora con che emozione abbiamo scoperto le prime animazioni facciali tridimensionali in Z LA FORMICA e SHREK stava già nascendo nella fantasia di un gruppo di artisti capaci d’immaginare l’impossibile. La prima volta che ho incontrato Shrek è stato quattro o cinque anni fa, a un convegno sulle nuove frontiere del 3D. Ce lo ha presentato Luca Prasso che, reduce da un allagamento magistrale in Z LA FORMICA, ci aveva portato in regalo, due minuti di un Orco verde che stava per iniziare la sua avventura nella storia del cinema. Era una presentazione volutamente misteriosa, avara di particolari, tutto era ancora coperto dal segreto professionale imposto dallo Studio, ma quei due minuti di Orco verde facevano già capire che la soglia del nostro stupore sarebbe stata ulteriormente spostata in avanti. E’ dal tempo dei Fratelli Lumière che il pubblico va al cinema per stupirsi e sulla soglia del terzo millennio il cinema, per continuare a lasciarci a bocca aperta, si è affidato a un Orco buono con una mimica da Actor’s Studio. Il 3D non aveva ancora affrontato la rappresentazione di esseri più o meno umani. Le formiche di Z lo erano, a modo loro, ma ancora irrigidite in corpi corazzati e movimenti ridotti, Shrek e i suoi amici, invece, promettevano di avventurarsi in morbidezze, tessuti, lacrime e movimenti sempre più vicini all’umano, all’attore in carne ed ossa. Tutto questo non si fa in un giorno o per merito di un singolo autore. Tutto questo lo si raggiunge con un lavoro di squadra che non è solo organizzazione e denaro, ma soprattutto entusiasmo e creatività di chi si dedica giorno e notte a integrare, con un fumo, una sfuocatura, una trasparenza, un personaggio con l’ambiente che lo circonda. Tutto questo al computer è possibile, a patto di saperselo immaginare prima e di cercare, con testarda determinazione, di rappresentarlo, poi, più vero del vero. E’ un lavoro empirico dove i risultati si ottengono per approssimazioni successive conquistate con nottate e nottate insonni passate a fissare un monitor per costringere la macchina a realizzare un’idea, una gag, forse solo un filo d’erba mosso dal vento, un vento che deve arrivare fino in platea. Di queste scommesse nei due film di Shrek ce ne sono centinaia. Scommesse solide, liquide, gassose, trasparenti tutte al servizio di una sceneggiatura di ferro. Una sceneggiatura studiata, in ogni singola inquadratura, con un lavoro di storyboard meticoloso e con dei dialoghi e battute degni della migliore commedia sofisticata. E le voci sono quelle di grandi interpreti cinematografici e la colonna sonora degna di un musical. Forse è anche il sapere d’essere sostenuti da un’industria che crede e investe in scommesse come questa che stimola molti animatori, tecnici, scultori a dedicare tanto tempo della loro vita ad ogni minimo particolare. Hanno la coscienza di contribuire ad un sogno che appartiene anche a loro, un sogno che può essere realizzato solo grazie ai sacrifici, molte volte neppure richiesti, di chi spinge i programmatori di software verso frontiere sempre più lontane. Tutto questo si vede attorno a Shrek e chi ne volesse avere la conferma, può ascoltare i commenti degli autori presentati nel DVD del primo film. Non sono commenti tecnici, sono semplici ricordi di risate fatte insieme, di discussioni violente, di ripensamenti, di passioni che si sono poi materializzate sullo schermo in uno, due film riusciti, perché nati dal divertimento con cui sono stati pensati, scritti, disegnati. Alla faccia di chi pensa che per esprimere un cinema importante sia necessario soffrire e far soffrire. Shrek, nato nel 2001, ha aperto un nuovo secolo di storia del cinema, è figlio di tanti entusiasmi, di tante energie positive tutte confluite nel corpo tozzo di un Orco verde, simpatico, imperfetto, proprio come uno di noi.
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| GULP! HO GUARDATO TOPOLINO NEGLI OCCHI. Corriere della sera, 26 giugno 2005 |
| 2005-06-26 Correva il numero 1595, quello del 22 giugno 1986, e io ero all’aeroporto ad aspettare nientepopòdimenoche Topolino in persona! Ovviamente lo conoscevo di fama, ma mentre l’aereo attendeva il permesso di atterrare mi chiedevo come fosse Topolino, visto da vicino… ricevere a Milano il mio idolo era davvero il coronamento di un sogno. L’aereo era in perfetto orario, come sempre da Topolinia, Lui mi è venuto incontro sorridente… Veramente pensavo fosse un po’ più basso di me, ma alla fine ci assomigliavamo anche nelle proporzioni e nei guanti, lo stesso giallo tipico di chi non si ferma di fronte a nulla. Il tempo di una stretta di mano ed eravamo già amici. Passare un episodio intero accanto a Topolino mi ha confermato quello che tutti possono capire, dai sei anni in poi, buttando un occhio in una storia Disney. E’ vita vera. Forse un po’ più colorata, ma piena di tutti i sentimenti, le rabbie, le aspirazioni di tante persone che vivono nel grigiore di una realtà a targhe alterne senza immaginare di essere fotografati, descritti, raccontati, con precisione, nel loro quotidiano da paperi, topi e cani. Non si spiegherebbe altrimenti un successo che ha superato le mode, le generazioni, che è sopravvissuto al cinema, alle nuove tecnologie e viene ancora letto e collezionato con la stessa passione da ragazzi di ieri e di oggi. Nell’era del virtuale in cui tutto può essere ridisegnato, ricollocato, cancellato o duplicato, non abbiamo più grandi certezze. Non le troviamo al cinema, regno della manipolazione dichiarata, non le troviamo in televisione regno della realtà manipolata. E così, tra le poche sicurezze che ci sono rimaste, a Topolinia o a Paperopoli, possiamo tornare tranquilli, sicuri di sentirci sempre come a casa nostra. Parenti tirchi, nipoti vivaci, una sfortuna che non riusciamo ad abbandonare, tutto ci sembra molto familiare. Questo è il piccolo segreto dei personaggi immortali di Walt Disney. Topi e paperi incarnano alla perfezione i pregi e i difetti di una middle class americana, diventata a colpi di telefilm e di miniserie, una middle class non solo americana, con i suoi miti, le sue debolezze, le sue paure. Il ricco e il povero, l’avaro, il fortunato, il cattivo, lo zio, la nonna, l’amico picchiatello, il cane di famiglia, la fidanzata, e ancora il commissario, l’idraulico, i cattivi storici, quelli di sempre, quelli che anche senza una gamba di legno riempiono inevitabilmente le cronache di nera... Sono maschere immortali proprio perché vere e universali, come le maschere della commedia dell’Arte: Zio Paperone – Pantalone o Paperino – Arlecchino possono recitare all’infinito in canovacci e storie differenti ma interpreteranno sempre la storia universale tra chi ha e non vuol dare e chi non ha e spera sempre di ottenere. Come in tante comiche finali, interpretate da piccolo borghesi grassi e magri, gli abitanti di Topolinia sono sempre alle prese con problemi di buon vicinato, feste di compleanno, gite esotiche, invidie e gelosie dove nulla è gratuito o inventato. Un mondo minimalista di piccoli sentimenti e risentimenti sempre raccontato però con grande libertà e fantasia. In fondo, se ci penso, è quello che ho sempre cercato di fare anch’io nei miei film. Non a caso nell’unica storia d’amore che ho raccontato, in vent’anni di attività, ho scelto di diventare un cartone animato e, vi assicuro, che non è stata un’invenzione gratuita. Sono partito dal presupposto che ogni storia d’amore ti ribalta l’anima, ti modifica, ti modella molto di più di quello che non si immagini. E allora tra raccontare tutto questo attraverso un dialogo profondo o renderlo chiaro e comprensibile a tutti attraverso una metamorfosi fantastica non ho avuto un attimo di dubbio. Sono diventato un cartone animato per parlare d’amore. Per raccontare un sentimento, un imbarazzo, un tremore mi sono colorato le mani di giallo e ho potuto guardare Topolino negli occhi dall’alto della stessa incommensurabile statura! E pensare che spesso i fumetti vengono liquidati dagli osservatori intellettuali come materia per ragazzi. Loro, i seri, sono troppo occupati a interpretare, spiegare, analizzare chilometri di parole per perdere tempo con un fumetto colorato. Con un’unica osservazione, però, un’osservazione che è una certezza: le parole invecchiano prima dei colori. Quanti, nati nel 1928 come Topolino, possono vantare di avere ancora folle di fan giovani spinte dallo stesso entusiasmo che era stato dei loro padri e prima ancora dei loro nonni ?… iI merito di questo successo va diviso tra le centinaia, le migliaia di sceneggiatori e disegnatori, prima cresciuti e poi vissuti con topi e paperi che hanno saputo descrivere la loro e la nostra vita con la leggerezza di un sorriso. Hanno fatto vivere i nostri eroi per le vie di Cartoonia, terra di mezzo dove gli adulti rimangono bambini e i bambini imparano a diventare adulti. E chi ha detto che per parlare di cose serie bisogna essere seri ? Che non si possa farlo partendo dal punto di vista di un Topo, per esempio ? Non è forse serio l’impegno di Topolino nel risolvere ogni situazione nell’interesse della collettività. Riuscire ad essere seri in mezzo ai colori di una striscia di fumetti o tra le pieghe di una commedia non so se sia più difficile che farlo da un tomo classico o dalle spire di un dramma, ma certo è più comunicativo, liberatorio, costruttivo. Riuscire a ridere, a guardare tutto con occhi più ingenui, significa anche cominciare a sopravvivere alle disavventure quotidiane che possono sempre accadere, ma che non ci devono mai isolare. Ridere è il contrario dell’isolamento, è partecipare a un rito collettivo che è stato riservato solo all’uomo. Ridere è un prodotto dell’intelletto, molto di più che il piangere ad esempio. Meno emotivo e più razionale, un processo logico che caratterizza le menti più evolute. Nel regno animale tutti possono piangere e spaventarsi, ma solo l’uomo ha il dono della risata. Una risata vi seppellirà scrivevano sui muri gli indiani metropolitani a metà degli anni settanta ed era una vera rivoluzione. Una rivoluzione che era già una conquista, quella di combattere sempre contro pregiudizi e luoghi comuni banali. Il fumetto, la risata, il comico, vengono relegati in una zona infantile della nostra personalità di cui troppo spesso ci vergognamo. Che cerchiamo di nascondere. Avere il coraggio di dichiararsi infantili è una forza che si acquista solo con la certezza della maturità. Chi ha bisogno di nascondersi dietro maschere tragiche, dietro paroloni scelti con cura dai dizionari, dietro ragionamenti tristi, è persona che teme di non essere mai presa sul serio. Ricatta i suoi ascoltatori con un ragionamento, o una citazione, per timore che questi si concentrino sui suoi contenuti e finiscano per capirli. Chi ha superato tutto questo e sa esprimersi ancora con un gesto, uno sguardo, la semplicità di un sorriso può dire d’aver raggiunto la vera maturità, la vera fiducia nelle proprie idee, idee chiare che non temono mai d’essere comprese. Per questo un viaggio a Topolinia farebbe bene a molti. Se tutti dedicassimo un po’ del nostro prezioso tempo per rileggere una storia di Disney, magari rinunciando ad una diretta televisiva, ad un televoto, ad una nomination, ci scopriremmo più veri, più umani e, perché no, anche più simpatici. Riuscire a spegnere un telefonino, un computer, un canale satellitare e ritrovare il tempo di rileggere una sana storia a fumetti può essere rigenerante e significherebbe anche riappropriarsi in modo personale di un tempo che oggi tutti cercano di sottrarci, subdolamente, entrando nelle nostre case, nelle nostre auto, nei nostri cellulari, non richiesti, non stimati e, fatto più grave, neppure sorridenti.
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| SARO' BREVE |
| 2009-01-19 Le luci si abbassano, il podio s’accende, un oratore si avvicina stringendo nelle mani alcuni fogli che non riusciamo a contare, un sorriso, un applauso di cortesia, di speranza… poi la frase che temevamo, che non vorremmo mai sentire: “SARO’ BREVE…” Una promessa che è, di fatto, quasi sempre una minaccia: “Sarò lungo, ma, comunque, più breve di quello che avrei voluto…” Solitamente viene usato dall’oratore con la coda di paglia, quello che si riconosce come incallito logorroico, al quale, prima la moglie, poi discreti assistenti, hanno cercato mille volte di limare gli interventi. Lui lo sa, lo ammette, a freddo è anche capace di una seria autocritica, ma davanti a un microfono acceso perde ogni remora, non sa resistere al piacere dell’eloquio fluente, tradisce i suoi buoni propositi e ignora scalette asciugate con attenzione in ore di inutili sintesi e le abbandona, felice, per divagazioni che crede indispensabili. Ricama frasi che ascolta con piacere. Dilaga sicuro… tanto ha già avvertito tutti: sarà breve ! La moglie abbassa lo sguardo, gli assistenti guardano l’orologio, mentre in sala calano rassegnate le prime palpebre, cadono le prime teste. Ma lui procede felice e continua imperterrito alzando solo impercettibilmente il tono della voce per sovrastare qualche colpo di tosse o qualche scricchiolìo di sedia che implora, timidamente, pietà, comprensione, tregua. Non bisognerebbe mai iniziare un discorso dicendo sarò breve, se lo sarai davvero non serve annunciarlo e se hai timore di non esserlo autodenunciarti, oltre che inutile, è anche pericoloso. prefazione. |
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| ALLA RICERCA DELLA CULTURA A MILANO |
| 2009-01-19 Cercare la cultura a Milano è come cercare un ago in un pagliaio, una stella in fondo al mare, un sasso in un ghiacciaio o volere fotografare un lampo durante un temporale. Si sa che c’è, si sa che si può, ma è più difficile che attraversare a piedi il Po. Bisogna camminare, faticare, curiosare sotto fiumi di persone infreddolite che camminano veloci avvolte in giacche scure occhi bassi, lunghi passi. Milano è così, non come quel grande intellettuale che credendosi un professore di latino, ad ogni occasione, anche davanti a un bambino, cita Cicerone! Nichetti per Repubblica |
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| cinema cin cin |
| 2009-01-19 Per dirla con le parole che Melvyn Douglas sussurra a Greta Garbo in Ninotchka : "Occorre sempre uno champagne per iniziare sia un varo che una serata." Una bottiglia di champagne non può risolvere sempre i problemi della vita, ma spesso ha risolto quelli di un regista. Far saltare un tappo, liberare tra i fotogrammi di un film mille bollicine è allegria contagiosa allo stato puro. Promessa di festa, d'amore, di fedeltà o d'avventura, sospiri o risate garantite, legate a una bottiglia stappata, una coppa ghiacciata. Un bicchiere in mano che attraversa la storia, la nostra memoria, Amarcord dei momenti migliori, preziosi, viziosi. E accanto a un bicchiere le facce ben note di amici famosi, momenti fermati per sempre su vecchie pellicole, oggi digitalmente rinate, per continuare la festa, per continuare a brindare, a ballare, a cantare. E Totò esagera, Fantozzi frana, Greta Garbo non si scompone, Marilyn s'impone. Connery, De Niro, Bogart, Gere, Costner e quanti altri devono il loro successo anche a un sorriso riflesso in una coppa di champagne? Quanti vitelloni svitati hanno finito la sera abbracciati a una bottiglia, storditi, con lo stesso sguardo rotondo di Alberto Sordi? Bollicine offerte con stile in locali fatali da un seduttivo, argentato, flautato Vittorio De Sica o minaccia velata di un Amedeo Nazzari d'annata. Sempre con mille sorrisi e auguri, momenti di festa che restano impressi nei visi, fotogrammi di vita goduta, bevuta, sognata, sperata e dentro un bicchiere tutto il piacere di un fremito noto, già tanto provato, rivisto, gustato. Ciak si gira! Si stappa! Buona la prima! Poi si rigira, si ristappa. Buona anche la seconda, la terza, la quarta... e tutte le altre! Che bello rifare brindisi veri da lasciare alla storia in piccole foto che passan veloci in un proiettore, che spandono luce su schermi cangianti, che vuotan bottiglie più volte ogni giorno, per mesi, per anni, per lanciare in sala un profumo di festa, un sorso frizzante che lascia la voglia di correre, poi, a bere anche noi. prefazione |
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| Neorealismo fantastico |
| 2009-01-19 Cosa c’è di più assurdo di un uomo magro che piange perchè redarguito da un uomo grasso appena caduto in una vasca piena d’acqua. Cosa c’è di più vero della vita piccolo borghese Americana così ben rappresentata nelle comiche di Stan Laurel e Oliver Hardy con tutte le loro piccole grandi frustrazioni sempre alle prese con mogli, vicini, poliziotti, auto e lavori molto reali. Questa è l’apparente, contraddizione di ogni grande comico cinematografico. Saper far ridere della vita quotidiana, portare all’assurda esasperazione i nostri problemi di tutti i giorni, smascherare con un sorriso tutto quello che di solito riesce solo a rovinarci una giornata. Compito ingrato, quello del comico, essere scambiato tutta la vita per un superficiale bambinone, mentre il suo lavoro è un doppio salto mortale che sa superare tutte le banali tristezze di vite e lavori sempre uguali. Un vero comico si vergognerebbe di rappresentare in modo diretto la realtà. Lo troverebbe banale. Far piangere sulle tristezze e rasserenarsi nella felicità è semplicemente inutile. Degno di una serialità televisiva bisognosa di agire solo sullo scontato, sul prevedibile, sull’omologato. La televisione sa di dover contare su uno spettatore distratto, disattento, ingordo di immagini che vuol capire anche senza doverle guardare. Per questo la fiction televisiva si appiattisce su una rappresentazione banalizzata della realtà. Il comico cinematografico agisce esattamente in modo opposto. Tanto più la situazione sembra disperata e disperante tanto più le sue energie si moltiplicano oltre il vero e riescono a cavare anche da una tromba d’aria motivo di gioco. Buster Keaton ci ha costruito una carriera: mai scontato, mai banale. Jacques Tati ci ha lasciato annotazioni epocali con aria indifferente, ha disseminato i suoi film di annotazioni sociali e di intuizioni esistenziali molto più forti di interi trattati di sociologia. Monsieur Hulot, in PLAYTIME, passava con aria svagata, pipa in bocca, davanti a grandi manifesti che pubblicizzavano località turistiche famose nel mondo… tutte con la fotografia dello stesso albergo. Un genio che anticipava Le problematiche del turismo di massa, la catena degli Hilton e degli Sheraton onnipresenti ad ogni latitudinre. Una semplice inquadratura che ti faceva ridere, ma nello stesso tempo pensare a quanta inutilità ci fosse nella frenesia di viaggi tutti uguali, di villaggi tutti falsamente allegri, di un consumismo turistico che non ti voleva far vedere il diverso ma ti coccolava con promesse rassicuranti: vieni da noi e ti ritroverai come a casa tua! Erano ancora lontani i tempi della globalizzazione, del mondo visto come un grande, unico mercato, eppure Monsieur Hulot camminava già davanti a quell’omologazione imposta che sapeva affrontare con la forza di una gag. La fantasia applicata all’osservazione della realtà. Una fantasia che non è niente se non racconta di sentimenti veri, di situazioni comuni. Un filtro fantastico che giustifica ogni ricordo, che sa tenere lontano il sentimentalismo banale o il facile rimpianto. Cosa sarebbe l’AMARCORD di Fellini che attraversa tutti i suoi film senza l’ironia, senza la irresistibile voglia di ridere anche delle nostre debolezze dei nostri ricordi… e Fellini non è annoverato tra gli autori comici in senso stretto, anche se il suo cinema dell’estremo ha sempre uno sguardo ironico, uno sguardo gettato distrattamente con la leggerezza dello schizzo caricaturale, fatto per bloccare sulla carta un profilo, un atteggiamento, uno sguardo da non prendere mai troppo sul serio. Eppure della Rimini degli anni ’30 scopriamo di più in quelle ironiche esagerazioni felliniane che in cento film drammatici che si sono occupati dello stesso periodo. In quelli forse c’era la storia in Amarcord c’era la vita, i sentimenti, i pensieri e le fantasie di un giovane come tanti, di un giovane però che è riuscito a invecchiare senza vergognarsi di saper ridere. Ecco il vero problema, molti si vergognano di ridere o, peggio, considerano vergognoso ridere. Sono i migliori esempi di come si possa passare un’intera vita senza mai aver provato la gioia liberatoria di una sana risata. Una vita intera passata a prendersi sul serio, concentrati unicamente sul presentarsi come persone serie, senza mai, neppure una volta, essere sfiorati dal dubbio del ridicolo. Una povertà interiore che si cerca di esorcizzare attaccando il comico, considerandolo inferiore, superficiale, inutile, non sapendolo comprendere, lo si combatte. Eppure da sempre le grandi verità sono state svelate più facilmente da una battuta, da un gesto, da una gag, che da un ragionamento... Tutta la letteratura sull’alienazione del lavoro alla catena di montaggio ha fatto meno di Charlie Chaplin e delle sue due tenaglie impazzite in TEMPI MODERNI. Ci hanno riso diverse generazioni e per tutti, finita la risata, non sono state necessarie spiegazioni, teorie, chiavi di lettura spiegate da sapienti critici. Il contenuto stava nell’atto stesso del ridere, condividere il ridicolo di una situazione significava già prendere le distanze in chiave critica dal problema, essere contro un certo tipo di sfruttamento. Ancora un gesto esagerato, un’invenzione fantastica messa al servizio di un agire realistico. Una scena ben oltre la realtà, ma che aveva la sua ragione di esistere proprio nella critica stessa della realtà più concreta. Lo stesso film sarebbe stato dimenticato velocemente se si fosse limitato a rappresentare la vera alienazione operaia alla catena di montaggio. La forza del comico l’ha incollata indelebilmente nel nostro immaginario e ci ha per sempre conquistato al suo contenuto. L’ironia è alla base di capolavori indimenticabili di Louis Bunuel o Marco Ferreri. L’assurdo applicato al quotidiano. Ancora una volta una meticolosa ricostruzione del reale asservita ad uno svolgimento fantastico. Basti pensare ai borghesi in cammino alla continua ricerca di un ristorante in “IL FASCINO DISCRETO DELLA BORGHESIA” o i paradossi filmati ne “IL FANTASMA DELLA LIBERTA’” Ancora un pensare fantastico, un andare oltre la rappresentazione del reale, per raccontare il reale con tutte le sue contraddizioni. Ma solo autori capaci ancora di ridere e di divertirsi all’interno dei loro progetti potevano realizzare film estremi come LA DONNA SCIMMIA o LA GRANDE ABBUFFATA di Marco Ferreri. Non sono catalogati nella storia del cinema come film comici, ma senz’altro sono storie pensate per divertire con un sorriso cinico, ironico, paradossale, ma sempre un sorriso. Perchè non si è mai cercato il comun denominatore di tutte queste storie, in autori così differenti tra loro per cultura e sensibilità? Io credo di poterlo indentificare nella definizione di “Neorealismo fantastico” Un genere che, forse inconsapevolmente, ho sempre frequentato anche nei miei film. Anche in quelli più generazionali come RATATAPLAN e HO FATTO SPLASH, o in quelli più autobiografici come LUNA E L’ALTRA o STEFANO QUANTESTORIE persino in VOLERE VOLARE, quello più fantastico, dove divento addirittura un cartone animato, cerco di raccontare, a modo mio, gli irreversibili cambiamenti prodotti da un improvviso amore… Storie fantastiche di ombre in fuga, sonni decennali, realtà parallele solo per raccontare la vita di tutti i giorni, una semplice serata passata davanti al televisore di casa diventa un groviglio inestricabile d’immagini in LADRI DI SAPONETTE, un gioco per divertire, ma un modo anche per riflettere, alla fine degli anni ottanta, su come stava cambiando la nostra sensibilità di telespettatori sotto il bombardamento continuo di immagini televisive sempre più frammentate, aggressive. Da quando un critico canadese scrisse in una sua recensione a LUNA E L’ALTRA che il film poteva essere considerato una sorta di Neorealismo fantastico, ho cominciato a cercare altri film a cui poter applicare la stessa formula e, con stupore, ho trovato solo film che mi erano piaciuti molto. Il PRANZO DI BABETTE, TOTO LE HéROS, LA LETTRICE, IL MARITO DELLA PARRUCCHIERA, IL FAVOLOSO MONDO DI AMELIE…. E tanti altri. Film eccentrici, difficilmente classificabili, ma nati da una grande passione e da una leggerezza interiore che può e deve essere considerata un grande pregio. La capacità di ricordare e raccontare mischiando la realtà con il proprio inconscio, con la propria voglia di giocare che tutti, dobbiamo aver provato, almeno una volta, almeno da piccoli. Questa fantasia dissacrante che sapeva raccontare il quotidiano anche attraverso il paradosso, l’apologo, la favola agli inizi del cinema venne sviluppata proprio dai film comici. Storie interpretate da maschere di adulti bambini che ci sorprendevano con un irrazionale molto più significante di tanti discorsi. Totò in piedi sul tavolo che si riempie le tasche della giacche di spaghetti fumanti in MISERIA E NOBILTA’ ci fa ridere, ma è anche il migliore manifesto di solidarietà per tutti gli affamati del mondo, lui è uno di loro e noi siamo dalla sua parte. Proprio per quanto esposto in queste brevi riflessioni la tristezza massima la provo quando una gag, una battuta, una risata vengono ricercate non attraverso un’acrobazia fantastica, ma semplicemente percorrendo scorciatoie facili affidate a giochi di parole o banalità scurrili. Non è una questione di moralismo, solo un parere personale. La grande forza racchiusa in una risata non deve essere sprecata alla ricerca di un consenso facile, scontato, prevedibile. Quando questo avviene si da ragione a quanti vorrebbero relegare il Comico nella serie B dell’espressione cinematografica. E’ un peccato, un vero peccato mortale. Oltre che una grande falsità. La storia del cinema è lì a dimostrarlo. I premi, I Festival, gli Oscar vengono vinti da film drammatici, ma dopo cinquant’anni sono ricordati gli autori che hanno saputo farci ridere. Che ci hanno raccontato il loro tempo e le loro ansie con una risata. Anime candide come Hanry Langdon o bravi ragazzi alla Harold Lloyd ci hanno lasciato un’immagine della loro epoca molto di più dei loro coetanei drammatici che si attaccavano alle tende o occhieggiavano maliardi in camera con un trucco inesorabilmente invecchiato. Loro sono stati spazzati via dal tempo, una gag è una gag sempre, ci parla di aspettative, sentimenti, paure che riconosciamo anche oggi che il mondo è cambiato. Per questo sono triste quando vedo un film comico volgare, facile, superficiale. Lo prendo come un’offesa personale, perchè ogni volta mi devo un po’ vergognare di appartenere alla sparuta schiera degli adulti bambini che non si sono mai riconosciuti nella triste equivalenza: maturità = serietà. E perchè poi? Perchè Einstein durante i suoi studi relativamente importanti non si può concedere una boccaccia, una linguaccia irriverente per ricordarci che anche lui è stato un bambino allegro e non se l’è dimenticato. Certo calarsi sul volto la maschera impassibile dell’autorevolezza seriosa è più facile, incute più soggezione, si presta a meno critiche, richiede meno spiegazioni, ma ci priva della straordinaria qualità del saper ridere di tutto, anche di noi stessi.
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